Le città infinite

città ideale

La Città Ideale forse è priva di umani

Tra le riflessioni sentite durante la Pandemia ce n’è una che mi pare indiscutibile: è sbagliato parlare di ritorno alla normalità. Quella normalità non era poi così perfetta, e questa potrebbe essere l’occasione per creare una normalità migliore della precedente C’è poi un altro spunto che mi sembra interessante: le cose che abbiamo imparato durante l’emergenza.

Che il lavoro non fosse più strettamente legato al “posto di lavoro”, il luogo fisico nel quale si svolge, si era iniziato a capire anni fa, e molte realtà lavorative erano già virtuali – come per esempio la redazione di Rumore. Anche per alcuni servizi si era persa l’idea del luogo fisico: la mia banca da qualche anno ha una filiale nel mio telefono. Con l’emergenza sanitaria molte altre aziende e uffici pubblici hanno dovuto forzatamente passare al telelavoro, accorgendosi che in fondo è possibile, che la produttività non ne risente, e che a fronte di alcuni svantaggi può essere una modalità sensata e conveniente per tutti (dove possibile: se guidi il tram, per ora devi starci sopra). Lo smart working richiede un adeguamento logistico, lavorativo e psicologico. Io lo so bene: lavorando in casa quasi da sempre conosco la difficoltà di limitare spazi e tempi, e considerare il mio luogo di di relax, svago, riposo e piacere anche un posto di lavoro. Conosco però pure i vantaggi, e grazie al cielo se ne stanno accorgendo in molti: spostamenti ridotti, gestione autonoma dei tempi di lavoro, maggiore concentrazione e quindi maggiore produttività – cioè lavorare meno ottenendo gli stessi risultati. Inoltre a casa mia si può fumare, c’è il mio caffè preferito e nessuno si formalizza se sono in felpa. Naturalmente non auspico che tutti gli uffici chiudano, ma che si sia stabilito che si può, e che spesso conviene, mi sembra un bel passo avanti.

Anche perché introduce un argomento affascinante: il destino delle città. Che esistono da sempre, ma la cui popolazione esplode solo negli ultimi secoli proprio per via del lavoro. E malgrado ormai molte città siano luoghi post-industriali, restano dei grandi attrattori. Per mille ottimi motivi: mica ci si vive solo per lavorare, c’è la cultura urbana, la socialità, il senso di comunità, di appartenenza, gli amici, i luoghi familiari, l’offerta culturale e commerciale, la scuola e via dicendo. Già da diversi anni però l’universo digitale sta erodendo la differenza tra città e provincia. Internet ha cancellato alcune differenze che prima sembravano incolmabili: dal commercio elettronico all’informazione, la TV on demand, Instagram, l’offerta artistica (molta della quale si è spostata online durante l’emergenza, e forse in parte ci resterà), gli ebook: ormai vivere a Roma o dove abito io (alta collina, 12 abitanti, nessun negozio) non è tanto diverso. Naturalmente ho scelto di vivere isolato ma non lo consiglierei a tutti, e non mi aspetto che le città chiudano. Mi chiedo però quante persone, potendo, si sposterebbero altrove. Non è solo una questione di sicurezza sanitaria: si sta più larghi, si respira come si deve, alcuni costi sono più sensati, i bambini ridono, si mangia sano e si fanno curiose amicizie con animali selvatici.

Ovviamente non sottovaluto due aspetti: innanzitutto l’obiezione inconfutabile di chi ama vivere in città, colazione al bar, vetrine, locali, concerti (che speriamo riprendano quanto prima), socialità, megalopoli. E poi c’è la “cultura urbana” che è stata davvero fondamentale nel XXº secolo, anche per molta della musica che piace a noi. Lo sarà anche nel XXIº? Non saprei dire. Quindi forse si intravede un futuro nel quale piccole comunità di persone affini, che magari gravitano attorno a un grande centro (vivo a 75 km da Milano e ci vado quando voglio), scelgono di spostarsi altrove. Grazie alla tecnologia questo passo oggi è molto più praticabile di ieri, e per via dell’emergenza adesso se ne sono accorti in molti. Mi sembra un buon auspicio, che di questi tempi non è poco.

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