Tutto, o forse niente

A oggi ci sono 55,194,800 pagine su Wikipedia in inglese. Ogni anno se ne aggiungono circa 3 milioni.

Banda Larga contiene 4.000 caratteri. Ogni numero di Rumore ne contiene circa 300.000. Questa moltitudine di battute è divisa in aiuole, come questa pagina, ognuna delle quali ha un limite di spazio invalicabile: le recensioni, le rubriche, ecc. Qualche aiuola è variabile, ma la rivista ha un senso anche perché chi la fa calcola con cura e sapienza l’aspetto quantitativo, sapendo di lavorare su un giornale che ha molte pagine ma non infinite. Tra molte e infinite c’è un passaggio profondo: il confine tra finito e infinito, tra qualcosa di possibile (leggere interamente questa rivista) e un’idea vaga, poco comprensibile e probabilmente impossibile: l’infinito. A fianco dell’idea oggettiva di Infinito (ammesso che se ne possa avere una), ce ne sono di personali, sociali, tecnologiche e perfino commerciali: il concetto di “illimitato” oggi è tra le parole chiave della pubblicità.

C’è stato un momento tellurico intorno a questo tema: l’arrivo di Internet. Per noi che eravamo già grandi, la rete è stata uno spartiacque per mille ragioni, e tra le più affascinanti c’è proprio quella dell’idea di infinito. La domanda è semplice: la rete è finita o infinita? Anche la risposta è semplice, ma piena di significati: la rete è finita ma non calcolabile in assoluto. Non solo: la rete è finita ma, a differenza del mio frigo, è potenzialmente infinita. Come Wikipedia, Facebook (che tiene tutto, di tutti gli utenti, da quando esiste), Google e pure il mio sito, dove raccolgo gli articoli dalle origini ai giorni nostri. È finito ma difficilmente esauribile, salvo a essere miei stalker.

In questo infinito si è spesso perso il senso della misura, utile in un contesto illimitato: ne sa qualcosa Piero Scaruffi, il cui sito senza fine è quasi inscalfibile. Oggi questa sindrome riguarda tutti. Mi piace la recensione breve anche perché costringe chi scrive alla sintesi; poi vado su un blog musicale, magari seguendo un link, e ci trovo un’analisi dell’ultimo di Caparezza lunga 39.978 battute, cioè dieci pagine come questa. Mo’: io gli voglio bene a Caparezza, ma non così tanto da leggere l’esegesi del disco frase per frase (con una punteggiatura inesatta). Certo, nella vita ho letto testi assai più lunghi – ma su argomenti complessi, ben meditati e scritti in uno stile sensato. Per non dire di Facebook: settemila caratteri, la prendi larga, non si capisce cosa vuoi dire, scrivi cose tipo “Leggete fino in fondo, è importante!”: tutto sbagliato, eppure comunissimo. È il perdurante effetto dell’idea di infinito (e la mancanza di un redattore capo nella capa): l’album delle vacanze? 875 foto, tanto lo spazio è illimitato. E il maledetto scrolling? Pure lui infinito.

Poi c’è un problema di semplice volumetria che non riguarda soltanto noi anziani. Oggi, grazie alla rete, possiamo accedere a tutta la musica presente e passata (in teoria). Infinita? Dipende: forse sì, dato che non basterebbe una vita per sentirla. Quindi questa musica è solo potenzialmente illimitata, quello che la rende limitata siamo noi. Non solo perché non ascoltiamo 24/7, ma per dei fattori culturali (c’è della musica bellissima che non scoprirò mai perché non so che esiste) e una questione di capienza. Su BitTorrent si trova un file zip con l’intera discografia di Zappa (diverse centinaia di album) o, per i musicisti, 15.000 suoni di rullante. Ma chi li vuole quindicimila rullanti? Come si distingue il 65 dal 12.769? Idem coi suoni di basso o di bongo: me ne servono 4 buoni, non migliaia, o peggio “accesso illimitato a infiniti preset di suoni online”. No grazie, si vive una volta sola.

Rumore (e quasi qualsiasi altra cosa tranne la carta igienica, e per alcuni la birra) ci piace anche perché è finito e ben curato; infatti saggiamente lo è anche nelle sue versioni digitali – come qualsiasi altro manufatto creativo che ci procura piacere. L’infinito non solo è impossibile ma, oltre a essere noiosissimo, è spesso pari a zero. Alla faccia di Leopardi.

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