Fotoromanzo

“Se non c’è la foto allora non è successo”. Questa frase descrive perfettamente la nostra attuale relazione con le immagini, sempre più densa e ricca di implicazioni culturali significative. L’idea che qualsiasi evento (di ogni genere, dal privato al cosmico) debba avere una documentazione visiva inizia a affermarsi negli anni ’80 con la diffusione di telecamere sempre più piccole, portatili, immediate. La digitalizzazione ha reso questi strumenti onnipresenti, noi ci siamo adattati benissimo e oggi la foto/videocamera (parte del nostro smartphone) è letteralmente un’estensione di noi stessi: estensione di un momento, estensione della nostra memoria di quel momento e spesso condivisione istantanea del medesimo.

Il settore forse più radicalmente alterato da questa tecnologia è stato quello delle notizie, dai giornali alla Tv e oggi i media online. Se una volta il primato dei media elettrici era legato alla velocità, oggi la rete (e la Tv digitale) ci propone l’istantaneità, la diretta 24/7, la presenza dentro i fatti mentre accadono, spesso da molti punti di vista diversi. Gli esempi sono moltissimi, forse il più eclatante fu l’attentato a New York l’11 settembre 2001, oggetto di molti milioni di ore di dirette e differite sui media di tutto il mondo. Nei giorni successivi al fatto qualcuno sollevò un’obiezione: facciamo bene a mostrare decine di volte al giorno i video dell’attacco, filmati in HD e montati come un film, ripetendo da molte inquadrature diverse il momento dell’impatto? In questo modo non rischiamo di rendere irreale un evento terribile, e abituare il pubblico a delle immagini sconvolgenti come i suicidi dalle Torri Gemelle o i morti per strada? Due obiezioni che mi sembrano sensibili, e forse perfino sensate.

Si è detto che le immagini dell’omicidio di George Floyd sono “un pugno nello stomaco”. Lo stesso si potrebbe dire di quelle del pestaggio atroce di Niccolò Ciatti o delle foto di Stefano Cucchi martoriato: cose che rivoltano l’anima, e che mi pare importantissimo che esistano, che siano viste, che restino a perenne monito dell’efferatezza umana. Aggiungerei che spesso questi video sono essenziali per provare la dinamica dei fatti, come nel caso di Floyd o di Rodney King, il primo di questi casi (1991). E mi pare anche molto utile che la popolazione venga messa al corrente, che a queste immagini venga dato il massimo risalto nei media – con tutta la durezza di un pugno nello stomaco. Chiunque ne abbia mai preso uno però, sa che il primo fa molto male, il secondo già meno, e che sviluppando i muscoli giusti il ventesimo non lo senti quasi più. Lo stesso vale per l’11 settembre, George Floyd e Niccolò Ciatti: invece oggi ho guardato due telegiornali, e in ambedue l’intervista al padre (indignato per la sentenza mite all’assassino) era intervallata dalle brutali, terrificanti immagini del pestaggio – in loop. L’agonia infinita di George Floyd ha subito la stessa sorte, e perfino la Shoah: grazie al montaggio sono diventati film, video di sottofondo mentre si parla d’altro, e non la documentazione sconvolgente di un evento ingiustificabile.

Il confine è sottile ma molto chiaro. È grazie a queste immagini che possiamo essere testimoni di un momento eccezionale, addirittura osservarlo mentre avviene, e mi pare importante che vengano rese di dominio pubblico. Credo però che per onorare adeguatamente gli eventi grandi e piccoli che raccontano, queste immagini vadano utilizzate con grande cautela, sempre in primo piano e con la consapevolezza che chi insiste inutilmente fa due danni: abitua la gente a guardare cose inguardabili, depotenziandole a ogni passaggio, e si fa interprete di un genere di Pornografia, quella dell’orrore vero (cioè non cinematografico) insistito e ripetuto, che mi pare una cosa brutta, spiacevole e portatrice di sciagura.

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