Che ti ridi?

Cosa ci fa ridere? Ecco un dato che parla di noi aldilà della nostra volontà, o quasi. Come si fa a controllare cosa ci diverte? È difficile, e dipende da una certa quantità di fattori. Però oggi quello che ci fa ridere è diventato importante, ha una valenza sociale e culturale molto più rilevante di qualche anno fa. Che è successo?

Alcune cose sceme fanno ridere quasi tutti, specie i bambini: gli inciampi, gli errori, le comiche. A me fanno ridere quelli che esplodono nei film, non so perché ma è così. C’è poi uno strato superiore dovuto all’educazione e al proprio gruppo di riferimento: si va al cinema insieme e si ride delle stesse cose. Da ragazzo amavo i film con Peter Sellers, mentre Lino Banfi faceva orrore non solo a me ma anche ai miei amici. Crescendo qualcuno inizia a apprezzare un umorismo più evoluto, nel mio caso Monicelli, Monty Python e molti altri. Però esiste anche una comicità che richiede meno cervello e più pancia – come sanno i fan del compianto John Belushi, incluso il sottoscritto. Quindi le nostre reazioni sono in parte automatiche e in parte mediate dalla nostra formazione, cultura, interessi, ecc.

Tra i congegni dell’umorismo ci sono da sempre la brutale sincerità e la cattiveria, talvolta ai limiti della ferocia. Da Flaiano a Dave Chappelle, passando per Felice Andreasi e Richard Pryor, esiste un filone di autori che utilizza questi strumenti, a volte combinati. Si dice quello che nessuno osa dire. Si ride deridendo singole persone, gruppi sociali, interi paesi e tipi umani commentandone l’aspetto, le abitudini o perfino le paure e le difficoltà. Temi forti, battute abrasive e dissacranti, sfottò malvagi. Gli umoristi a cui piace vincere facile si scelgono un certo pubblico, per esempio quello che mal tollera gli omosessuali o gli immigrati, e sfotte quei gruppi suscitando l’ilarità di chi concorda, o facendo leva su stereotipi: il blackface in Tv, Grillo che straparla di Autistici, i “negri” delle commedie italiane. Quelli più coraggiosi invece gliela dicono in faccia. Tra i miei esempi preferiti vorrei citare Dario Fo che sfotte la Chiesa Cattolica su Rai 2 nel 1977, e la recente polemica tra Chappelle e la comunità delle transessuali (sicuramente una parte del suo pubblico), che lo accusa di prenderle in giro. La sua difesa è semplice: non ho niente contro di voi, ma la vostra situazione mi fa molto ridere. Guardando bene i suoi sketch è difficile dissentire.

Quindi mentre una volta gli omosessuali si beccavano le imitazioni di Luca Laurenti senza fiatare, oggi per fortuna hanno spazio e modo di manifestare il proprio dissenso. Di conseguenza questo aspetto è diventato decisivo: non solo non ci fa ridere chi sfotte noi, ma nemmeno chi sfotte le categorie che ci piacciono. Quindi i gay si schierano con le transessuali, quelli di sinistra con gli immigrati, i cattolici con le suore (tra i miei oggetti di umorismo preferiti) e non ne usciamo più. Infatti da un lato si parla di dittatura del Politicamente Corretto, dall’altro si grida allo scandalo, mentre tutti gli umoristi (bravi o meno) invocano la libertà di espressione.

Personalmente se una cosa mi fa ridere, rido. E ogni volta che mi chiedo come mai ho riso, aldilà di quelli che scoppiano, noto che la qualità principale che funziona per me è l’esattezza, la precisione millimetrica. Non solo nei tempi comici, importantissimi, ma anche e soprattutto nella scrittura. Che deve essere inesorabile, impeccabile, geometricamente sublime, affilata come un rasoio e precisa come la microchirurgia, come sanno i fan di Gigi Proietti o di Letterman. Farsi gli occhi a mandorla e pronunciare L la R è grossolano e becero. Molestare gente per strada riproducendo tutti i peggiori stereotipi degli italiani è una scureggia mentale, non umorismo. Parlare delle suocere nel 2021 non è solo vecchissimo e inesatto, ma talmente repellente da provocarmi una reazione terribile – che non descrivo perché il mio umorismo talvolta non viene compreso.

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