Foto vs Photoshop

Un momento importante della storia della musica Pop è stato l’introduzione della registrazione multitraccia, che consente di registrare la musica uno strumento alla volta. Il 99% della musica dai tardi anni ’60 in poi è realizzata in questo modo, dai Beatles a Ultimo. Naturalmente questa tecnologia offre degli immensi vantaggi: si ottiene una performance “ideale”, per esempio di una traccia vocale difficile, che un cantante può eseguire frase per frase. Inoltre c’è la separazione acustica dei vari strumenti, consentendo grande precisione nel missaggio. Una musica può anche essere “ottimizzata” suono per suono, aggiungendo e togliendo. Il risultato finale sarà l’immagine più “perfetta” possibile di quel brano, ottenuta attraverso la registrazione delle tracce, e la post-produzione – che è dove accade la magia. Ecco perché oggi il produttore è una figura così importante.

Il procedimento antico, tutt’ora utilizzato da alcuni artisti, consiste nel posizionare i microfoni (anticamente solo uno, poi via via sempre di più), far partire il registratore (non multitraccia) e riprendere una scena sonora già completa che, salvo alcune correzioni sonore, sarà quella che troviamo sul disco. Se uno dei musicisti sbaglia, devono ricominciare tutti. Il risultato finale è profondamente diverso. Da un lato è certamente un compromesso tra la qualità della performance, il posizionamento dei microfoni e il missaggio, che avviene in tempo reale. Dall’altro però si tratta della “fotografia” di una performance, dell’effettivo svolgimento di un evento sonoro, e dentro questo svolgimento c’è un’altra magia. Niente come una registrazione sonora è in grado di trasportarci in un altro luogo. Quindi quando ascoltiamo le sublimi canzoni blues registrate da Alan Lomax nelle prigioni americane del sud durante gli anni ’40, per quel tempo noi ci troviamo in quel luogo. Idem quando ascoltiamo That’ll be the day di Buddy Holly. Naturalmente in ambedue i casi c’è la mediazione del microfono, e la consapevolezza che si sta registrando. Però in molti casi la differenza si sente bene. Uno dei tratti attraenti dei bootleg (registrazioni live fatte dal pubblico, talvolta di qualità infima) è proprio l’effetto “fotografia”.

Naturalmente gli ibridi sono infiniti, e molte delle parti significative della storia del R’n’r sono state registrate in “one take”, cioè dall’inizio alla fine senza interruzioni. Su questa storia del “one take” esiste una variegata mitologia Pop. Nel primo sfortunato album solista di Grace Slick, Manhole (1974), la title track è un pezzo di oltre 15 minuti, una specie di maratona vocale che si narra lei abbia cantato tutto in una volta. Poi c’è la bellissima storia su Cobain raccontata da Butch Vig: “Abbiamo provato a registrare Something In the Way (su Nevermind) tutti insieme, ma non riusciva. Così una sera ho chiesto a Kurt come avrebbe dovuto essere secondo lui. Si è sdraiato sul divano e ha iniziato a suonarla sull’acustica, cantandola sussurrando. L’ho fermato, ho piazzato due microfoni, e quella è la versione che sta sul disco: più tardi abbiamo aggiunto gli altri strumenti”. Quindi ascoltando Something In the Way c’è un doppio livello: una canzone dei Nirvana, e una fotografia sonora di Kurt steso sul divano che sussurra.

Personalmente tifo per questa modalità. Oggetti sonori che riescano a mantenere un alto grado di ascoltabilità, e magari di astuzia commerciale, ma che contengano una performance, una fotografia. Purtroppo invece oggi nella gran parte della musica Pop regna il Photoshop sonoro: l’Autotune (non usato espressivamente come nella Trap, ma per correggere le stonature), la quantizzazione (cioè la regolarizzazione della musica dentro una griglia “perfetta” ma poco stimolante), la pratica, certamente industriale ma non artistica, di aggiustare la musica in post-produzione, togliendo qualsiasi traccia di anima eventualmente presente nelle registrazioni, per restituirci un oggetto virtuale, perfetto ma finto. E siccome io con la musica ci faccio anche del sesso, finta non mi fà.