Avanti o indietro

Come se non bastassero quelle che abbiamo già, ogni anno si aggiungono nuove ragioni per fare più attenzione all’ambiente. Il cambiamento climatico, l’estinzione di massa e adesso i nuovi virus, legati alla prossimità forzata tra “natura selvaggia”, animali domestici e uomo. La gente perlopiù ha capito che c’è bisogno di una svolta, e in molti hanno cambiato abitudini anche molto radicate per rispettare maggiormente l’ambiente. Mi sembra tutto ottimo, dai sacrosanti portacenere portatili alle bottiglie di metallo – e pure io faccio quello che posso. Noto però due scuole di pensiero su questo tema. Mi sembrano filosofie interessanti, e vorrei spiegare come mai preferisco una all’altra.

Se guardo alla storia di noi Sapiens come specie, una cosa salta all’occhio: sembrerebbe che nel momento in cui diventiamo Sapiens iniziamo a distaccarci dalla natura, e poi a controllarla. Dalla palafitta al vestiario, gli attrezzi, l’agricoltura, la pastorizia, il linguaggio, il fuoco mi sembrano tutti segnali di un progresso che vuol dire anche separazione, distacco, superamento della condizione naturale: a un gorilla non serve nessuna di quelle invenzioni. Dalla prima preistoria fino a oggi, la traiettoria del genere umano ha avuto una singola direzione che abbiamo chiamato progresso. Un processo ancora oggi in atto, che consiste anche nel migliorare l’assistenza sanitaria, garantire a tutti il diritto alla scuola, a sognare una vita migliore, ecc. Dentro questa idea di progresso ce n’è un’altra, che pure ci accompagna dall’inizio: lo sfruttamento delle risorse naturali per produrre energia e beni – cosa che pure facciamo noi, ma non gli animali. Naturalmente si è trattato di un processo lentissimo, per secoli quasi impercettibile; però la storia del nostro progresso è legata a doppio filo allo sfruttamento dell’ambiente. Soltanto negli ultimi 60/70 anni si è iniziato a avere coscienza diffusa dell’entità abnorme di questo sfruttamento, e ancora oggi ci sono molte resistenze a riconoscerlo proprio in nome del progresso.

Oggi quasi tutti concordano che qualcosa è andato storto, che abbiamo esagerato, che bisogna cambiare registro. Ma qui le opinioni si biforcano. C’è chi sostiene che bisogna guardare al passato, che così è troppo e che è ora di “tornare alla natura”. Basta con le automobili, tutti in bicicletta (cioè torniamo aggli anni ’30 del ‘900), stop ai camion, mangiamo la frutta solo a Km 0 (cioè l’800), comprare carne è infame, nutriamoci a ceci (pre Homo Erectus). Le fibre sintetiche inquinano (verissimo), torniamo alla filanda (circa 1800). Gli aerei non ne parliamo proprio, navighiamo a vela (prima del 1801). Intendiamoci, io non ho niente contro le biciclette o le mele del vicino (che compro di frequente). Però francamente pensare che per avere una T-shirt debba recarmi in un campo di cotone, o che il perimetro dei miei viaggi vada circoscritto a luoghi raggiungibili camminando, mi sembra delirante. Non solo mi pare una logica impossibile, ma va contro un elemento essenziale di quello che ci rende Sapiens: la cultura, e quindi il progresso.

Che a me piace molto. Quindi, invece che abolire le automobili ne voglio di immensamente migliori, possibilmente perfette. Pretendo fibre che non inquinano, prodotte nel rispetto dei diritti umani da gente che ci mantiene la famiglia, e vendute a un prezzo equo (cioè non 1.99). Tecnologie interamente riciclabili, un’industria della carne sensata e compassionevole e delle sneaker che dopo 5 anni diventano concime per piante grasse. Aerei personali a acqua, velocissimi e silenziosi, coi quali andare a cena in Tibet. Insomma voglio il futuro, non un passato indistinto nel quale a Piazza Duomo ci cresce il grano e mi tocca usare solo caraffe di coccio: io esigo una plastica meravigliosa, estratta dalle foglie secche, che piace a delfini, pinguini, grandi e piccini. Insomma il progresso: un progresso molto più cosciente di quello che stiamo praticando – ma sempre guardando avanti.