Abitare la musica

“Scrivere di musica è come ballare di architettura”. Una frase spesso ripetuta ai giornalisti musicali perfino da personaggi famosissimi come Zappa, anche se Internet dice che per primo l’ha inventata l’attore e musicista Martin Mull. Di solito viene utilizzata per sottolineare l’assurdità, l’impossibilità dello scrivere di musica, che viene messo in relazione con un’altra attività evidentemente delirante e insensata: ballare di architettura. Ho sempre trovato questa parte meravigliosamente profonda, e talmente ricca di spunti che non so da dove iniziare.

Cominciamo dal ballare, che come l’architettura ha a che fare con lo spazio, abitarlo e utilizzarlo come oggetto di espressione a volte creativa. Spesso lo spazio architettonico nel quale si balla caratterizza il tipo di ballo, a tal punto che alcuni generi hanno l’architettura adatta nel nome: Street (o Urban) Dance, ma anche Disco(teque) Dance. Ogni luogo ha la musica che si merita, e ascoltare la canzone giusta nel posto sbagliato o viceversa può essere straniante, a volte anche troppo. È quello che dico a chi obietta che la Techno è sempre uguale: se stai seduto a casa è vero. Vai a ballare, e prova a sentire il luogo e la musica col corpo. Anche ascoltare la Pastorale di Beethoven al Berghain o al CBGBs sarebbe insensato: nella musica è tutta una questione di architettura. Inoltre molti brani musicali hanno la capacità di trasportarci altrove, e in diversi casi delle esperienze musicali sono state descritte come viaggi mentali architettonici. I fan di Bach, la cui musica è spesso stata messa in relazione con l’architettura del suo tempo, sanno di cosa parlo. Ma anche quelli di Brian Eno.

C’è un altra analogia piuttosto eclatante: ormai da oltre trent’anni esistono generi diversi di musica fatta col computer da una o due persone. Tanti generi diversi, che a volte si detestano a vicenda, tutti basati sull’uso del PC per la composizione, l’esecuzione e spesso anche il missaggio. Gran parte delle applicazioni che si usano per produrre musica si basano sul principio della ripetizione: si crea un nucleo ritmico e armonico, talvolta detto Groove, che si ripete per tutto il pezzo con delle alterazioni, appunto l’arrangiamento. Quindi spesso si parte da un giro, un nucleo, un loop con delle proporzioni gradevoli, che si ripetono e sul quale si tesse la trama del brano, decorata di variazioni musicali, momenti di pieno e vuoto, passaggi più subdoli o sospensioni della tensione ritmica, che comunque rimane uguale per tutta la traccia. Succede nella Dance (è uno dei modi di fare musica emersi con l’adozione dei PC, negli anni ’80) ma anche nella Musica Africana, che è uno dei mondi da cui ci viene questa mentalità musicale. Se guardate la facciata di un palazzo (costruito diciamo prima del 1950), è composta esattamente allo stesso modo: le finestre tutte uguali così come i piani, magari alternati, il portone nello stesso stile, con le stesse proporzioni che si ripetono più o meno armoniosamente in tutta la costruzione. La progettazione di una facciata, o di un pezzo House, parte da un nucleo che si ripete per tutto lo spazio/il tempo, con delle variazioni, dei vuoti simmetrici, delle parti ornamentali, funzionali all’armonia – altro termine chiave di ambedue le discipline.

Ma l’aspetto più simile delle attività di musicista e architetto è che ambedue lavorano sullo spazio in relazione al nostro corpo. Uno spazio che le persone poi abiteranno, trascorrendoci dentro del tempo. La musica ha l’abilità di caratterizzare un luogo, e comporre musica (dalla Dance alle sinfonie) vuol dire rivestire lo spazio di chi ascolta per un determinato tempo. E se l’ascoltatore si trova a proprio agio in quello spazio per quel tempo vorrà ripetere l’esperienza (da cui la magica funzione “repeat”, che rende interattiva la ripetizione). Perché, come sa benissimo chiunque la ami, la musica si abita. Esattamente come l’architettura.