Rispetto alla Biscroma

Fino all’arrivo della registrazione e riproduzione sonora, fine ‘800/inizio ‘900, le canzoni si propagavano attraverso gli spartiti, che costituivano l’unico metodo per garantire una riproduzione fedele di quella musica. Coi dischi si afferma un concetto nuovo, destinato a avere effetti importantissimi sulla musica tutta, e la canzone in particolare: nasce la Versione Originale. Cioè la registrazione diventa il riferimento, la fonte dalla quale imparare il brano (parlo di musica Pop) ma anche la versione nel cuore per gli ascoltatori. Come esempio va benissimo qualsiasi disco: London Calling secondo voi è lo spartito o quella suonata dai Clash? E Black Hole Sun dei Sondgarden o Benpensano di Frankie Hi Nrg? In questi brani il procedimento creativo che si materializza nello spartito viene per ultimo. Per primi ci stanno l’ululato di Strummer, la voce Chris Cornell e il rap potente di Francesco sulla base di Ice One. Qualsiasi altra versione sarà appunto una versione, magari bella (specie se diversissima) ma che non sostituisce l’originale. Ascoltare Humble interpretata da Cornell con la fisarmonica (o Spoonman versione Yodel cantata da Kendrick Lamar) potrebbe essere interessante e curioso, ma sicuramente non trasmetterebbe la stessa emozione.

La scena musicale istituzionale italiana è ancora profondamente legata al concetto di spartito. Non solo resta il supporto preferito dalla Siae (per decenni l’unico, costringendo almeno una generazione di rapper a farsi trascrivere i flow su pentagramma per depositare i pezzi), ma ancora nel 2020 il concetto cardine, il faro del Festival di Sanremo è lo spartito. Con un primo effetto bizzarro: la versione della canzone che presenti al mondo per la prima volta non è quella che poi è sul  disco, cioè l’originale, ma una che deve forzatamente includere l’orchestra. Naturalmente questa per qualcuno è un’opportunità, mentre per altri è un problema: i violini non funzionano sempre, e il chitarrista Rai sarà pure un virtuoso ma forse il Funk non è il suo forte. Quindi presentare una canzone a Sanremo significa ripensarne il suono, previlegiando appunto l’idea che una canzone è una canzone, testo e melodia, il resto è arrangiamento. Ovviamente nel tempo gli artisti hanno iniziato a portarsi dei musicisti propri e delle basi (ritmi ma anche effetti e parti campionate), oggi essenziali: diverse delle canzoni in gara non sarebbero eseguibili solo dalla pur eccellente orchestra.

Ovviamente le magagne vengono fuori con le cover, un vanto di Sanremo. Il motivo è ovvio: l’anno scorso (cioè due edizioni fa, ndr), per quanto Ferro si sia sforzato, la sua versione di Almeno tu nell’universo (assolutamente decorosa, date le circostanze) non avrebbe mai potuto restituire il senso di miracolo assoluto che fu l’esibizione di Mia Martini (l’unico mio caso di folgorazione festivaliera insieme a Vasco), che infatti è diventata per tutti l’originale. Inoltre i cantanti non sono più intercambiabili: una volta al Festival avresti potuto scambiargli le canzoni e ne sarebbero usciti vivi. Oggi, grazie al cielo, la situazione è cambiata molto, infatti le cover sono sempre scelte con grande cura, giustamente. Chiedere a Rancore di cantare Grazie dei fiori (1952) sarebbe crudele e insensato, proprio come far cantare Draag On di King Krule a Zarrillo. Il risultato è che si passa dal Festival della Canzone, dove dovremmo giudicare delle canzoni (come Come Together o Paranoid Android, per dire), alla Fiera del Funambolismo, dove bisogna mettere i violini alla Trap e trovare delle cover sanremesi in cui riuscire a infilare un pochino di sè, senza snaturarsi, facendo una figura decorosa e possibilmente dello scalpore. Magari sarebbe ora di cambiare formula? Sicuramente non per quest’anno (cioè lo scorso, e neanche il prossimo nel 2022: stessa spiaggia, stesso mare; ndr).

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