The return of Radio

Una delle grandissime forze propulsive della musica è stata la radio. Uno strumento fondamentale, e non solo per spingere singoli di successo (come sembrerebbe accendendola oggi): esistono fenomeni musicali nati, cresciuti e diventati essenziali grazie alla radio. L’esempio perfetto è il Rock’n’roll, che esplode grazie a DJ appassionati e lungimiranti – come il geniale e controverso Alan Freed o l’archetipo originario della radio notturna Wolfman Jack, celebrato in diversi film tra cui American Graffiti. Un altro indizio dell’importanza della radio sono i costanti riferimenti agli ascolti radiofonici da parte dei grandi della musica, spesso cresciuti in zone remote dov’era l’unico intrattenimento musicale. Di più: esistono vari esempi di generi nati proprio grazie alla radio. In Giamaica, di notte, era possibile ascoltare le stazioni soul trasmesse dalla Florida, e questo ha dato vita a una delle culture sonore più ricche del mondo: dal Calypso (l’Hip hop degli anni ’20) al Rocksteady, dallo Ska alla Dancehall, sono tutti generi nati dall’incontro di ritmi locali e musiche captate attraverso le radio statunitensi. Ecco perché nel Reggae è così diffuso il fenomeno delle cover: rifare brani pop americani con un flavor caraibico in fondo è l’opzione più immediata. Ci sono molti casi di questo effetto, come nei generi musicali Africani moderni: anche lì la radio è stata per decenni l’unico mass-medium.

Lo sviluppo della vicenda è noto: Video killed the radio stars. Questo è genericamente vero, e per molti anni il ruolo della radio l’ha svolto Mtv – con alcune importanti differenze. Innanzitutto la più ovvia: la tv si guarda mentre la radio si ascolta; siccome quello che non si vede si immagina, prima ognuno si costruiva un’immagine mentale propria (del brano, dell’interprete e perfino del genere) – inevitabilmente più potente di quella oggettiva e calibrata dei videoclip. Naturalmente i video (nati per svolgere innanzitutto due compiti: controllare l’immagine della band, invece di lasciare il compito al regista di Top of the Pops, e consentire al pubblico di vedere le star in movimento da vicino, in un’epoca priva di grandi schermi ai concerti) hanno dalla loro la seduttività delle immagini (e dei corpi degli interpreti) e una confezione molto spesso più simile a quella delle pubblicità. Giustamente: ecco a cosa servono i videoclip, in questo bizzarro settore (la musica pop) nel quale la migliore réclame del prodotto è il prodotto medesimo: i brani in rotazione pesante (in radio o tv) sono l’equivalente di un biscottificio che ti manda a casa degli scatoloni di Taralluzzoli sperando che poi corri a comprarti i Tenerotti (i Diabetini, i Tarzanelli o qualsiasi altra malvagità pasticciera cerchino di rifilarci). Un’altra importante differenza tra radio e Tv riguarda il nostro atteggiamento: a differenza della Tv, dove si guardano dei programmi (e il telecomando è fondamentale), si sceglie una stazione e si ascolta sempre quella. Semmai si spegne, magari si bofonchia ma è più raro che si cambi canale.

Oggi naturalmente tutto è su Internet: la musica, i videoclip e pure la radio. E grazie a blog e social network esiste anche una forma di simultaneità collettiva, di condivisione tra amici diversa ma simile a quella del passarsi le cassette o ascoltare la stessa emittente di quand’ero guaglione. Oggi, o magari domani (ma non dopodomani), grazie alla rete mobile, i nuovi formati (come i Podcast o le Web-radio) ridiventano mobili, come le radioline a transistor degli anni ’60 (che fa pure un po’ ridere a pensarci bene). Ma con una fondamentale differenza: non più conduttori ufficiali, selezionati e controllati ma gente qualsiasi, libera di dire, fare e trasmettere quello che il proprio gusto gli suggerisce. Una vera rivoluzione, della quale per adesso si vedono soltanto i primi presagi. Quindi sotto, gente: la radio ha bisogno di voi, ma non quanto a voi necessita, e forse urge, una radio più libera.

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