Tutti Trans

rachel dolezalUno dei cambiamenti epocali nella storia dell’uomo nasce dall’idea che ognuno di noi può diventare quello che vuole. Per millenni il destino era quasi sempre pre-determinato: se nascevi povero, morivi povero. Se nascevi Principe, morivi Re (o morivi male). Non solo il “sogno americano” si basa proprio su questa idea, ma anche il concetto di accesso universale all’istruzione: offrire a tutti le stesse possibilità. Negli ultimi secoli, il principio di poter diventare quello che si vuole è stato interpretato in molti modi diversi, e spesso si è accompagnato all’idea della libertà. Un indicatore della libertà di un paese sta anche nella sua capacità di accogliere questa spinta, e in certi casi di favorirla. Insomma: viviamo in un mondo nel quale, sempre di più, possiamo esprimere le nostre potenzialità. Questo cambiamento non riguarda soltanto la sfera economica, o quella sociale. Oggi non solo l’eterosessualità non è più vista come la norma (se non da gente che dovrebbe smetterla), ma è sempre più accettata l’idea che tra maschile e femminile esistano molti gradi diversi, e che si possa voler transitare da un genere all’altro. Un percorso non semplice, che guardo con grande rispetto: se lo intraprendi, vuol dire che per te è davvero un’esigenza fondamentale. Inoltre a me piace molto la possibilità di potermi auto-determinare, e non mi sognerei mai di negarla ad altri.

Un diverso, interessante esempio dell’effetto di questa idea sono i BBoys italiani i quali, non me ne vogliano (ce n’è perfino qualcuno a cui voglio bene), sono in qualche modo trans-culturali: vengono dal materano ma camminano come a East LA. Hanno timide chiappette varesotte, ma ricoperte da magliettone extra-large. Sbagliano? Ma per niente, anzi: negli USA, uno dei dibattiti più interessanti riguarda proprio l’appeal della cultura Afro-americana tra i teenager bianchi. Non solo ma anche io, adolescente nei tardi anni settanta, ero in qualche modo un Punk all’Amatriciana. In fondo mi stavo auto-determinando, e a guardare indietro non ci trovo niente di male, anzi: era anche il mio modo di essere un italiano diverso.

Una delle storie secondo me più ricche di spunti degli ultimi anni è quella di Rachel Dolezal (nella foto). Riassumo (ma se la cercate in rete trovate tutte le informazioni): nata da genitori bianchi, intorno ai trent’anni inizia a “identificarsi con gli Afro-americani”. La storia è assai complessa, il personaggio molto ambiguo. Fatto sta che Dolezal si tinge la pelle, si arriccia i capelli e inizia a comportarsi come se fosse nera. Di più: diviene attivista dei diritti civili, è eletta presidente della sezione locale della NAACP, storica associazione per “l’avanzamento delle persone di colore”, e addirittura denuncia episodi di razzismo. Segue sputtanamento, gogna mediatica (viene fuori che è pure una bugiarda seriale), e dichiarazioni di ogni genere. Alla fine Dolezal cede: “”Riconosco di essere nata da genitori biologicamente bianchi, ma mi identifico coi neri.”

Naturalmente la storia di questa signora ha una morale tutta diversa, e un retrogusto terribile: identificarsi con una minoranza oppressa per potersi sentire oggetto di discriminazione. Però la sua frase mi ha colpito molto, scatenandomi mille riflessioni. Ho un cugino che è nato tedesco, ma imprigionato in un corpo italiano: da quando vive in Germania ha ritrovato se stesso. E’ un trans geografico? Se un uomo diventa donna, potrà poi essere una paladina dei diritti femminili? Un Coreano potrebbe diventare Salentino, o viceversa? E, avendolo scelto e desiderato con forza, non potrebbe esserlo perfino meglio di un nativo? O anche: posso suonare il Blues in modo credibile, o mi sto identificando coi neri? Insomma: pare che uno dei concetti che stanno entrando in una crisi profonda e forse irreversibile è “Chi siamo”. E se siamo onesti e ci guardiamo bene dentro, è evidente che nessuna categoria funziona davvero più. Maschio? Bianco? Italiano? Non esattamente.

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