DIY

Da quando frequento l’ambiente della musica mi sono accorto che c’è una discrepanza piuttosto spiacevole. Da un lato c’è quella che merita delle sovvenzioni: Lirica, Classica, sagre di paese, contemporanea spesso floscia, Biennali a partecipazione clientelare, e l’immenso esercito dei figli, nipoti e ogni altro genere di raccomandato. Dall’altro lato vige il Darwinismo, la sopravvivenza del più adatto (scaltro, intraprendente, paraculo, ammanicato, geniale, corrotto, ecc.). Questo segmento è popolato da alcuni tipi umani ricorrenti. Il manager squalo, l’organizzatore tritacarne, il businessman sveglio e con pochi scrupoli, l’indipendente assai intraprendente e via dicendo. Naturalmente è anche pieno di gente fantastica: fonici bravi, dedicati e generosi, backliner angelici e strabilianti, roadie con cui andresti a scalare l’Everest, gestori di piccoli club che fanno miracoli, studi di registrazione gentili e comprensivi. E poi l’esercito di volontari e sottopagati che rendono possibili queste situazioni, essenziali per tenere viva la scena locale. Organizzatori pieni di amore per la musica, che hanno speso una vita a spingerla, che avrebbero dovuto ricevere encomi e onorificienze e che alla fine invece forse avranno la pensione sociale. Gente che ha fatto una scelta di vita, a volte temporanea ma spesso invece no, che tira il carretto ma che nel nostro mondo è tanto importante quanto chi sta sul palco: chiunque di voi abbia mai fatto un tour italiano di qualsiasi genere sa esattamente di che tipo di persone sto parlando. E non sono poche.

Tutte persone essenziali per diverse ragioni. La più ovvia è che senza di loro moriamo pure noi – musicisti, dj, artisti, gente che fa visual, poeti, performer a vario titolo. Ma ce ne sono altre, forse più importanti. Innanzitutto che queste persone stanno tutte le sere da qualche parte a far succedere qualcosa, a vario titolo. Anche in posti piccoli, dimenticati da Dio, loro sono lì a fare una cosa utilissima per quel posto, per le persone che ci abitano tutto l’anno, che della Sagra del Pizzunno (lumaca locale col guscio tartufato) non ne possono più. E poi perché hanno fatto una scelta di vita analoga alla mia, e questo me li rende fratelli a vita. Anche loro fanno quello che hanno desiderato fare da piccoli, e hanno puntato tutto o quasi sullo stesso numero. Oggi questo mondo è in pericolo, e in molti si stanno organizzando per far sentire la propria voce, rivendicare la propria esistenza e ottenere un aiuto, un riconoscimento economico che permetta loro di sopravvivere. Mi sembra giusto, e forse questa potrebbe essere l’occasione buona. Perché in tanti anni che lavoro in questo ambiente, sarebbe la prima volta. E la mia impressione è che la fila dei richiedenti sarà assai lunga e prevedibile. Attenzione: bisogna provarci comunque, ma forse aspettarsi qualcosa non sarebbe ragionevole. E allora, che si fà?

Si fà quello che si è sempre fatto: ci si tira insieme e si va avanti. Come sappiamo fare bene: intere scene musicali importanti, come l’Hardcore Punk o l’Hip hop italiano, sono cresciute senza sovvenzioni, nella totale indifferenza delle istituzioni, della Siae e dei media nazionali, con pochissime eccezioni. Vorrà dire che, come al solito, ci prenderemo cura della nostra scena musicale da soli. Certo, dovremo attivarci immediatamente, proporre spettacoli a un prezzo ragionevole, andare a suonare in zone remote, magari per le spese. Non sarebbe la prima volta, e non sarà l’ultima. Perché se non siamo mai riusciti a spiegare ai nostri politici l’importanza dei Negazione o dei Massimo Volume, mi pare difficile che ci riusciamo adesso. Ma noi sappiamo che, per essere sicuri che i prossimi Negazione abbiano la possibilità di esistere, dobbiamo metterci in gioco subito. Quindi certo, proviamo a far sentire la nostra voce. Ma sapendo che probabilmente la responsabilità finale sarà la nostra: di artisti, addetti e specialmente del pubblico, cioè voi.

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