Italia?

Tra i mille nodi culturali che stanno venendo al pettine ultimamente ce n’è uno che mi pareva superato ma che invece è tornato in auge: l’identità nazionale. Cos’è? Esistono tratti comuni a tutti noi che ci definiscono come italiani? Un argomento spinoso, pieno di ideologia, di stereotipi e di conflitto tra passato e futuro.

Chiunque abbia studiato la storia sa che il concetto di Italia è molto recente. Certo, c’erano stati gli antichi romani, Odoacre e Ottone di Sassonia, ma l’Italia diventa nazione nel 1861, sulla carta. Infatti come sappiamo questa è ancora oggi una nazione plurale, diversificata e ostinatamente locale: si è piemontesi, siculi, marsicani o maremmani ma raramente italiani. L’idea che queste culture diverse tra loro per storia e sensibilità costituiscano tutte insieme l’italianità è sbagliata. Basta chiederselo: trova le differenze tra un friulano e un siciliano; adesso invece trova le analogie. Dice: “Ma altrove non è così?” In certi paesi sì ma in molti altri no. Dipende dalla loro storia. Il Regno Unito per esempio ha una sua supposta identità (il Te, la corona, e via dicendo) ma se si guarda bene, e si chiede a loro, si scopre che la scozzesità è molto diversa dall’irlandesità, come la sicilianità differisce dalla molisanità. Le ragioni sono innanzitutto storiche. Ci sono paesi come il Portogallo che hanno gli stessi confini da molti secoli; o come l’Austria, centro di un impero enorme che si è ridotto dopo la prima guerra mondiale. L’Italia è stata divisa da sempre e dominata molto a lungo. Siamo stati greci, spagnoli, francesi, austriaci, arabi, e in molte delle nostre usanze si trovano aspetti legati a queste identità. Quando nel 1861 si unì politicamente l’Italia, una delle sfide fu proprio quella di tentare di unirla anche culturalmente. Nasce la cucina italiana, che non sono i cibi delle tradizioni locali ma remix a uso e consumo di tutti gli italiani (e non). Anche la lingua è una costruzione culturale: all’inizio la parlavano in pochissimi e soltanto con l’avvento di Radio e Tv diventa quella comune. Il ruolo della Televisione nella creazione dell’italianità è stato essenziale non solo in termini linguistici: alcuni personaggi hanno saputo superare la propria provenienza diventando di fatto veri italiani (Baudo, Corrado, la Carrà, ecc). Ma per contro i comici sono sempre rimasti ben ancorati al proprio luogo di provenienza, da Totò a Zalone.

Nel frattempo c’è stato il Fascismo che aveva nell’idelogia proprio il concetto di italianità: popolo operoso, ardimentoso, superiore, destinato a un fulgido futuro fascista. Questo è stato il primo, e fino a poco tempo fa l’unico segnale di Orgoglio Italiano. Oggi lo sappiamo, abbiamo tanti difetti ma non l’orgoglio, eccetto in due occasioni: quando gioca la nazionale o se ci troviamo all’estero. Per il resto invece mi pare che siamo realisti, individualisti e assai sobri. Poi sono arrivati i post-fascisti al potere, e oggi si riparla di orgoglio italico. Molti di loro fanno riferimento all’italianità, ma raramente con lo scopo di definirla. A loro interessa di più quello che non lo è, come secondo loro l’italianissima Paola Egonu. Quindi questo concetto rimane indefinito. Di cosa è fatta l’italianità?

Un’indicazione interessante ci arriva dagli Italo-Americani, che trovandosi in un paese affollato da tante identità hanno dovuto sintetizzarne una propria, non senza dolore. Tutti gli stereotipi sugli italiani in USA si basano sui meridionali. Immagino lo smacco di un emigrato piemontese a New York nel vedersi accomunato a un calabrese. E mi pare che in parte gli Italo-Americani abbiano abbracciato questa idea disneyficata dell’italianità: la religiosità, il culto del cibo, della famiglia e delle tradizioni, l’idea del “maschio italiano”. Proprio gli stessi argomenti di una certa destra nostrana. Ma sono buoni, cioè riscontrabili nella realtà? Le chiese italiane sono sempre più vuote, se non per via degli immigrati. La Francia ha quasi il doppio dei ristoranti stellati dell’Italia, la Germania pochi meno. Siamo secondi in Europa per consumo di Viagra. Le tradizioni nazionali che pratichiamo sono pochissime e tutte recenti: il Panettone, Babbo Natale, Ferragosto, Sanremo, bestemmiare.

Personalmente in questa sobrietà ci vedo un segno di saggezza, di coscienza che l’orgoglio nazionale italico in fondo non è mai esistito e forse non ci serve. Perché nell’attuale scenario mondiale mi pare molto più sensato tentare la creazione di un’identità europea, specialmente quando c’è un’altra identità ingombrante che cerca di ridefinire il mondo, quella USA. E mentre si fa ancora fatica a intravedere una reale europeità oltre gli stereotipi (di qualcuno dei quali però vado fiero), noi europei possiamo certamente affermare quello che non siamo, almeno per adesso: americani.

(Questo articolo nasce da un mio post su Substack che ha generato una conversazione molto sensata. Grazie a chi ha partecipato.)

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