A margine della tristissima vicenda di Eluana Englaro, la ragazza in coma vegetativo da 16 anni al cui padre è stato finalmente consentito dal tribunale di interrompere l’alimentazione forzata, la chiesa ha ovviamente voluto manifestare la sua contrarietà. Lo ha fatto attraverso il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, (mon)signor Fisichella, che ha dichiarato: “Il coma è una forma di vita”.
Ecco cosa ci separa, me e questi qua: la logica. Per me invece il coma vegetativo irreversibile è una forma di morte, il segnale assai evidente che un organismo si spegne, e l’impossibilità di nutrirsi da soli è il sintomo più ovvio. S’è sempre detto degli anziani: “Ha smesso di mangiare, e dopo qualche giorno è morto”. Questa non è una malattia progressiva, come nel caso di Giorgio Welby che poteva dire la sua (e ha comunque fatto la fine che ha fatto); la povera Eluana sono 16 anni che cerca di andarsene, che il suo corpo lo chiede. Ma la scienza medica, e la follia cattolica, fin’ora gliel’hanno impedito.
Tutto l’affetto del mondo va al padre di Eluana, che si trova davanti a un bivio dove c’è dolore in ambedue le direzioni. E onore a quest’uomo, che per 16 anni ha difeso la dignità, e le idee, di sua figlia.

