Nel dibattito sulla morale cristiana vs quella laica, c’è un punto che mi pare inamovibile. Da un lato c’è gente che si comporta bene in vista del Paradiso, dall’altro c’è chi lo fa senza premio, solo perché è giusto secondo la sua morale. Vuoi mettere?
11 thoughts on “Senza medaglia”
Comments are closed.


Mi sembra che tutta la cristianità si muova tra paura dell’inferno e speranza nel paradiso,almeno quelli che ci credono (dev’essere pieno anche di preti come il monsignore blasfemo delle 120 giornate di Pasolini/DeSade!).
Anche quando si parla di quei missionari che nei paesi più poveri arrivano a rimetterci la pelle penso che ci sia dietro, magari non al 100%, qualche motivazione di comodo, non dissimile dalle 75 vergini o quante sono per i martiri della Jihad…
E se fosse tutto vero ma le vergini invece spettassero ai cristiani?
Forse sono un cattolico delle quattro ruote (e forse neanche quello) ma frequentando amici più coinvolti di me ho visto più o meno due tipologie di gente. Ci sono i ferventi ipocriti che si fanno vedere a messa tutte le domeniche (e sotto sotto pensano che anche Dio ci caschi), che stanno alle regole per incassare il premio finale e quando sgarrano (eccome se sgarrano!!) fanno un pit-stop al confessionale e, per nulla pentiti, riprendono la vita di sempre convinti di aver azzerato ogni debito celeste.
Poi ho qualche amico che appartiene ad una razza di super convinti che pensa di dover fare il bene perché è Dio che lo ha stabilito punto e basta e che nonostante si sbattano parecchio per quello in cui credono non pensano di meritarsi già il paradiso o di comprarselo così. Non penso che abbiano sempre ragione e la loro idea del bene a volte mi sembra un po’ rigida, ma non posso fare a meno di rispettarli quello che fanno e perché.
Insomma, in linea di massima sono d’accordo quando dici che fare il bene senza sperare in un premio sia più meritevole, il problema che non riesco a risolvere è stabilire cosa sia il bene. Mi spaventa la visione granitica di chi pensa che le regole del gioco siano state già scritte in qualche testo sacre una volta per tutte e siano immutabili e cerco di seguire una morale più mia, ma quando (non sempre) faccio qualcosa che mi sembra buono o giusto mi capita di chiedermi se il mio concetto di “buono” o di “giusto” non mi assomigli un po’ troppo e non sia una “mia morale” quanto piuttosto quello che, tutto sommato, mi sembra buono e non mi costa troppi sacrifici.
Insomma, super convinti – Stefano uno a uno e palla al centro.
Qui bisognerebbe (ri)vedere un film come L’Ora Di Religione, lo sguardo perso di Castellitto parla da solo.
Per quanto riguarda l’ipocrisia, ripassare la scena col monologo di Piera Degli Esposti.
Anch’io penso che non sia necessario per forza comportarsi bene perchè lo dice qualcuno (la legge, la religione …), ma perchè alcune cose è naturale che sia così; mi spiego:io non uccido/rubo ma non perchè è vietato dallo stato italiano o perchè è uno dei comandamenti, piuttosto non lo faccio perchè capisco che è sbagliato sopprimere una altra vita o privarla di cose che si è guadagnato.
Esiste una morale laica, che non è religiosa, ma in troppi pensano che chi non è cattolico, ad esempio, NON può essere una brava persona.
Conosco tanta gente che pensa:quello va a messa e quindi è una brava persona.Poi magari evade le tasse, è razzista ecc., però esteriormente lui è il buon cristiano.
D’altra parte una cosa delle Scritture che mi è rimasta (e penso che a tutti gli italiani qualosa sia rimasto, dato che la religione ce la insegnano a scuola e in tanti siamo cresciuti all’oratorio) è che l’unico comandamento sarebbe:
Ama il prossimo tuo come te stesso, che interpreto come “Rispetta il tuo prossimo, la mia libertà finisce dove inizia la tua E VICEVERSA”.
Basterebbe questo: rispettare gli altri. E se va bene ci vediamo in un ipotetico Paradiso. E se va male siamo stati bene con la nostra coscienza.
Penso che i non religiosi abbiano la vita assai piu’ facile in tutta una serie di dipartimenti, dalla malattia alla morale. Non solo, ma nel caso di contravvenzioni alla morale, un cattolico puo’ correre in chiesa e farsi assolvere (l’assoluzione, ricordo, puo’ perfino essere amministrata perfino a chi non è in grado di intendere e volere). Se invece contravvengo io alla mia morale personale, devo vedermela con me stesso – un cliente assai meno indulgente del Dio cattolico…
Oggi è solo una questione di immagine, al paradiso non ambisce più nemmeno il papa:
http://prcvaldelsa.altervista.org/blog
A ciò che avete scritto, io ribadirei inoltre un giudizio di merito più volte sottolineato da SM in queste pagine: anche se la morale cattolica prospetta un paradiso oltre la vita terrena, qui assai frequentemente trascina gli umani a pratiche dis-umane. Mi riferisco a temi quali eutanasia, procreazione assistita, cellule staminali, profilattici, etc.
Tristemente aggiungo il timore che tali discussioni continueranno finché ci sarà vita sulla terra,
ma d’altra parte è proprio ciò che l’unico Dio onnipotente di cristiani, ebrei, musulmani
ha voluto provocare un giorno lontano…così almeno scrivono i profeti:
“Genesi – Capitolo 11 – La torre di Babele
[1]Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. [2]Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. [3]Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. [4]Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». [5]Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. [6]Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. [7]Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». [8]Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. [9]Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. ”
Gesto simpatico da parte dell’Onnipotente, nevvero?!
Un caro saluto
Lo spunto iniziale di Sergio mi ricorda tanto quel “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” del simpatico signor Kant.
Che poi è un concetto che va molto al di là dei semplicistici discorsi “quel che dice il Signore…” “Dio dice di fare così, Dio dice di fare cosà…”.
E’ un po’ come dire: “Mi comporto così perché DEVO comportarmi così”.
Non ci sono altre menate. Poi potete trovarci dietro tutte le spiegazioni che volete, ma alla fine è solo quell’imperativo categorico che mi spinge a comportarmi “bene”.
Stolido? Da un certo punto di vista, sì. Però è una stolidità impegnativa, che mi fa stare bene anche con me stesso, quindi, perché rinunciarvi?
La menata della religione, per quanto mi riguarda, diventa un inutile accessorio che, finché non mi spaccano i maroni con le loro pippe mentali e finché si comportano moralmente con gli altri, mi va benissimo.
mi comporto così perché DEVO comportarmi così… in realtà questa frase mi sembra un contenitore vuoto: non dice COME devo comportarmi, non dice PERCHE’ devo comportarmi in un certo modo (DEVO perché DEVO non è molto più accettabile di “devo perché lo dice Dio”). Dal passaggio in macchina dato all’amico allo sterminio di massa, tutto può essere giustificato sulla base di una “legge morale” interiorizzata che un singolo (o molti) trovino perfettamente ragionevole. Perché non trasformare il parente appena morto per cause naturali in una comoda riserva di cibo? Non è forse terribilmente irrazionale lo spreco di carne commestibile che comporta la sepoltura?
Sono convinto anch’io che cercare un proprio criterio per distinguere ciò che è giusto da quello che non lo è sia molto impegnativo e sicuramente più meritevole che affidarsi acriticamente a regole dettate da altri tenendosi l’assoluzione (o un paradiso pieno di vergini) come pratica via d’uscita. Però non credo che tutti siano un giudice severo verso se stessi: se tra chi crede ad una legge divina c’è chi fa a se stesso abbondanti sconti o spera comunque di cavarsela, siamo proprio sicuri che tra chi segue una morale laica non abbondino persone molto tolleranti con i propri errori o che si fabbricano regole morali su misura? Anche se cambiamo la legge morale di riferimento (laica o religiosa), cambia poi così tanto l’uomo che la interpreta?
certo, DEVO perché DEVO è sempre interiorizzato al proprio sentire (e non potrebbe essere altrimenti), ma il proprio sentire alla fine non è che il frutto (anche) del rapporto con gli altri e del vivere civilmente secondo quello che è il costume della società (cultura, ambiente, ecc…) in cui si è cresciuti, quindi, mediamente (forse non è bello dirlo ma è così, le società ragionano per medie gaussiane…) non può che essere allineato (in qualche modo) alla massa critica che ci circonda.
Se il proprio sentire coincide con lo sterminio di massa o con l’antropofagia o con la sodomia estrema di suini (no, forse quest’ultimo esempio è poco calzante, ma mi suona bene), questi non sono (non possono che essere) che dei casi estremi, fuori da una norma più o meno accettata in cui ricade la morale di ognuno. Alla fine è solo una questione di star bene con se stessi, all’interno di un regolamento sociale esistente (che possiamo anche tentar di cambiare, a volte anche con successo, come ci insegna la storia).
Il discorso, penso, sia incentrato più che altro sul fatto che arrivare ad elaborare una legge morale in maniera criticamente autonoma produca degli effetti più costruttivi per la composizione della morale globale della società in cui si vive.
Mentre, l’affidarsi mollemente ad una morale super-imposta da qualcun altro può produrre il triplo effetto di
1. lasciare il monopolio della moralità ad un’oligarchia intollerante (es. la CEI)
2. permettere l’affermarsi di una moralità in qualche modo deviata dal normale sviluppo della società (es. Ruini che sproloquia sui Pacs, mentre nella società le unioni di fatto sono di fatto un fatto acclarato)
3. far vivere male le persone
Poi, ovvio che mi faccio la mia legge su misura, in fondo nel mio io governo io, ma alla fine questa legge verrà in qualche modo “misurata” e “calibrata” dal vivere quotidiano insieme agli altri componenti della società (esattamente come detto sopra).
C’è una frase della Torah che mi piace molto: “Il premio per l’osservanza della legge (ovviamente della mia, ndr) è l’osservanza della legge.” Si fa perché si deve, perché è così che si fa, perche’ si vive una volta sola, perché fin da bambino… Ognuno ha la sua. Però, per tornare al tema del dibattito, mi pare più interessante cercare di condurre un’esistenza impeccabile per amore dell’impeccabilità, piuttosto che per evitare le pene dell’inferno.