Oggi, per caso, ho visto un programma realizzato da Stephen Fry per la BBC in cui racconta i suoi problemi di depressione e sbalzi di umore, la diagnosi di disturbo bipolare (a 36 anni), la sua indagine sulle possibili cure e la riflessione finale: questa sindrome è intensamente aggrovigliata alla sua personalità, in qualche modo è stata anche responsabile per il resto della sua vita e non solo per le depressioni (gli sbalzi di umore infatti prevedono, oltre al basso, anche l’alto, l’esaltazione). Quindi, ferma restando l’esigenza di tenerla sotto controllo, e il conseguente sviluppo di strategie a questo scopo, Fry decide di non curarsi con la chimica (evidentemente anche per via del fatto che la sua sindrome non è così severa: conosco gente che senza chimica non camperebbe).
Bravo Stephen Fry (e anche Carrie Fisher e Richard Dreyfuss, che pure compaiono nel programma). Non solo parla di un problema del quale soffre un sacco di gente (“L’incidenza totale di tali disturbi arriva all’1,2% nel sesso maschile ed è leggermente maggiore nel sesso femminile (1,8%), e durante il corso della vita si arriva al 2% di rischio.”), aiutando il resto del mondo a capire questa condizione, ma conforta davvero molto chi – come me – ci combatte dall’infanzia. Cercando di trovarsi tra lassù e quaggiù, e di trovare una misura che ti consenta di esistere senza sobbuglio (per mia fortuna non sono grave quanto lui, o alcune delle molte persone intervistate).
Dovreste guardarlo, questo programma (prima parte, seconda parte, durata circa due ore): racconta una storia che potrebbe suonare familiare a molti di voi.

