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S’ogno o son daggio?

Posted on January 31, 2012January 31, 2012 by SM

Secondo voi, alla luce dei recenti cambiamenti alla privacy policy di Google (che trovi qua, e qui commentata sul sito di Scientific American) e della introduzione del Diario obbligatorio su Facebook, pare, dal 1° marzo prossimo (spiegato qui un articolo un po’ catastrofista del Fatto quotidiano) qual è l’atteggiamento sensato? Tentare di sottrarsi? Ripensare l’idea di privacy? Abbandonarsi al flusso? Altro? Le risposte nei commenti, e non abbiate paura di dilungarvi: l’argomento è tosto.

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3 thoughts on “S’ogno o son daggio?”

  1. G says:
    February 3, 2012 at 1:52 pm

    Dunque, l’argomento è senza dubbio tosto, e mi fa piacere che tu abbia messo in corrispondenza due accadimenti che sono soltanto all’apparenza diversi: in entrambi i casi infatti c’è l’avviso del fatto che qualcosa che queste aziende hanno già in mano verrà, in un futuro, utilizzato diversamente.
    Forse è proprio questa retroattività che scatena un allarmismo un po’ eccessivo (tanto quanto l’essere proiettati al futuro aveva generato una specie di entusiasmo digitale non piu’ di 5-6 anni fa): come se Google e Facebook andassero a trarre (potenziali) profitti sui dati che abbiamo fornito quando questi strumenti non sapevamo ancora bene come usarli (posto che ora lo sappiamo).
    Perché un aspetto che viene poco sottolineato da articoli pure non errati come quello del Fatto Quotidiano è proprio che questi dati sono stati forniti “volontariamente”; certo, con differenti livelli di coscienza del gesto (caricare una foto da sbronzi su Facebook è ben diverso che porsi il problema di Google che raccoglie i dati sulle chiavi di ricerca) e anche di necessità (se magari ci penso due volte a aggiornare il mio status su Facebook con insulti al mio capo, l’utilità di trovare la mappa per andare a un colloquio di lavoro val bene una manciata di dati personali in cambio … o magari anche no).
    Detto questo, va sempre considerato quale sia lo scopo finale di queste aziende: fare moltissimi soldi. Non è, o meglio non è necessariamente, diventare il registra del Truman Show. Se ci stiano riuscendo o meno, è tutt’altra questione (e la risposta a: “ma che cosa stanno facendo con questi dati?” potrebbe essere molto diversa da quella che sospettiamo, ovvero: niente, per ora); resta di fatto che cambiamenti nel servizio come questi vanno interpretati, se si ha voglia, avendo presente il momento storico nel quale queste due aziende si stanno trovando (Facebook che si quota in borsa, cosa che Z avrebbe evitato come la peste, e Google tornato nelle mani di Larry Page che è sicuramente un genio dell’IT, ma sfortunatamente di Steve Jobs ne nasce uno solo ogni 100 anni).
    Quello che voglio sottolineare è che, senza dubbio, la raccolta e il possesso di una tale quantità di dati da parte di una parte terza che non è nemmeno un governo (già questo sarebbe inquietante) è abbastanza spaventosa, ma non necessariamente tale possesso presume un uso – almeno fino a questo momento. Unificare i profili puo’ senz’altro rendere un uso dei dati da parte dell’azienda ben piu’ fattibile, probabilmente con lo scopo di fornire (e aiutare terze parti a fornire) dei prodotti che sono al 100% tagliati intorno alla persona. Poi c’è da chiedersi se un motore di ricerca che sa già cosa vuoi prima che lo digiti, o un sistema di mappe che pretende di sapere dove andrai a cena, sia veramente qualcosa di desiderabile (almeno da me, non direi).
    Dal punto di vista di quello che si puo’ fare, secondo me si puo’ sicuramente iniziare a pensare che vivere digitalmente presume la conoscenza degli strumenti che stiamo usando, come ogni altra cosa. Presume la necessità di prendere piu’ decisioni di quello che sembra: ho un vantaggio maggiore nell’avere la possibilità di rintracciare il mio Iphone se lo perdo, o uno svantaggio nell’essere costantemente tracciato? Un vantaggio maggiore a prendere l’offerta sulla ceretta brasiliana di Groupon, o uno svantaggio nel far sapere al sito, a Google e a chissà chi altro che non amo i miei peli superflui e probabilmente sono uno spilorcio? Le decisioni vanno prese di conseguenza: forse davvero non è piu’ applicabile una privacy a tutto campo, ma una privacy nella quale i dati diventano davvero moneta corrente – e per questo vanno spesi quantomeno in modo oculato.

  2. Arimondi says:
    February 5, 2012 at 2:13 pm

    Prendo spunto da uno degli argomenti citati da G.
    Oltre al problema della privacy, secondo me se ne pone uno per così dire “culturale”, altrettanto rilevante.
    E’ probabilmente comodo che Google e strumenti collegati mi propongano ciò che si avvicina ai miei gusti e alle mie inclinazioni culturali (anche se lo scopo non è disinteressato). Ma cosa accade a tutto ciò che a causa di questo “indirizzamento” non inconterò mai e che quindi viene perduto?
    Un po’ come entrare in libreria ed essere subito forzatamente indirizzati da una gentile libraia verso il settore dedicato al nostro argomento preferito.
    Su questo tema e sulla perdita delle “serendipità” ho scritto qualche riga, ispirato da un recente articolo dell’Economist. Lo si può leggere qui.
    http://arimondi.blogspot.com/2012/01/serendipita-nostalgia-dellinatteso.html

  3. SM says:
    February 5, 2012 at 4:18 pm

    Grazie dei commenti: ottimi per riflettere.

    Inizio dalla fine: Adolfo, il tuo discorso sull’inatteso è un po’ vero. Il mio problema si manifesta con Wikipedia dove, a differenza dell’Enciclopedia di carta, non mi casca l’occhio sulla definizione precedente, o sulla pagina a fronte. Però ho un po’ cambiato idea: la rete offre occasioni d’inatteso veramente inimmaginabili solo vent’anni fa’, e baratto volentieri quel passato con questo futuro.

    Ben diversa è l’osservazione sull’indirizzamento, sulla quale concordo al 100%: io voglio vedere pubblicità generale, non quella per me. Perché non si tratta solo di fare shopping: una delle mie reclame preferite ultimamente è quella che proclama “la cellulite è una malattia”. La considero un esempio strabiliante di fascismo del XXI secolo. Nel caso di pubblicità mirate, ovviamente io non l’avrei vista. Di più: in questa maniera si possono esercitare pressioni più esplicite verso i consumatori più ricettivi (pecoroni), e esercitare più cautela con quelli come noi. Insomma non mi piace.

    Giulia: hai ragione sulla condivisione: se qualcuno vuole condividere tutto con tutti sono cazzi suoi. Penso che quello che oramai da anni chiamo “il modello retequattro”, cioè contenuti in cambio di qualcosa che non è denaro (attenzione, rating, pubblicità, dati personali, abitudini intime, ecc.) sia irreversibile. Per anni ho sperato che qualcuno facesse un browser a pagamento in cambio di trasparenza e anonimità. Non è andata: l’offerta al momento è Microsoft, Apple, Google o Firefox (che funziona come gli altri anche nel male): tutti “gratis”, tutti col modello retequattro. E temo che il punto qui non sia quanto noi controlliamo la nostra privacy: se Google, oltre a essere Google funziona anche come Facebook più Tineye più Shazam (e certamente è così) hai voglia a impostare delle preferenze rigide: non se ne esce.

    L’unica via di uscita mi pare sociale: alzare la voce, come qualcuno sta facendo. E in certi casi uscire, deattivare, cancellarsi, manifestare, ecc. Da questo punto di vista forse l’Europa può qualcosa.

Comments are closed.

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