Attenzione: sta entrando nel lessico comune un nuovo termine, Vajassa (o Vaiassa), che forse riempirà per qualche istante la scena lessicale della politica italiana. Essendo io un cultore della lingua napoletana, ne conoscevo un significato: “Un sinonimo moderno di vaiassa è vasciajola, ovvero “donna abitante del basso” (o Vascio, tipica e assai malsana abitazione popolare: dei seminterrati che accedono direttamente sulla strada). Apprendo con sgomento che ce ne sono altri: deriva dall’arabo Bagash, significa serva e in certi casi anche prostituta. Ricordo però bene lo Scetavajasse, strumento a percussione che, come suggerisce il nome, pensavo servisse appunto a destare le signore abitanti i bassi.
In qualsiasi caso io deploro l’uso di Vajassa come insulto, anzi vorrei lanciare un grido di orgoglio vajasso, a nome delle migliaia di oneste vajasse, portatrici di una vajassitudine forte e chiara, meraviglia del mondo e prodigio delle genti. Mo che è, perché abiti in un attico pensi di essere megl’e’me? Vajasse di tutto il mondo, unitevi: meglio Vajassa che incapace.


Propongo un link: http://paroleproibite.org/component/content/article/38-giulio-cesare-cortese-/144-vaiasseide
La Vaiasseide, caro mio!
segnalo l’utilizzo del termine Vajassa nella nota canzone di Vinicio Capossela “Che Coss’è l’amor”.
( …)
Che cos’è l’amor
è la Ramona che entra in campo
e come una VAJASSA a colpo grosso
te la muove e te la squassa
ha i tacchi alti e il culo basso
la panza nuda e si dimena
scuote la testa da invasata
col consesso
dell’amica sua fidata
( …)
è vero george, anch’io appena ho sentito la parola al tg ho pensato alla canzone di vinicio, e finalmente ho capito.
non so perché, ma nella mia immaginazione vedo la donna descritta nella canzone con un enorme ananas al posto del culo, e le dure foglie del frutto che spazzolano l’aria a mo’ di coda d’uccello (!)
però, sergio, devo dire che sentire mara apostrofare la mussolini con questo epiteto mi ha fatto sorridere e ha provocato in me, per la prima volta, un sincero moto di simpatia nei confronti della ministra.
Sandro: capisco cosa vuoi dire, benché è un po’ come qualcuno che da della serva a qualcun altro – è un insulto da snob del Vomero, da burina coi soldi (che è un po’ l’impressione che fa la Carfagna).
sì, hai ragione. specifico meglio: io stravedo per il napoletano come lingua (mi apre letteralmente il cuore sentire la cadenza napoletana ecc.), e la simpatia nasceva dal fatto di vedere per la prima volta la ministra – sempre fredda, precisa, con i capelli immobili come in certe pubblicità, con gli occhi sempre sbarrati – attraversata da qualcosa che ha il sapore della realtà (a prescindere da altri tipi di considerazione). cioè avvicina la figura algida del politico alla concretezza della vita di strada, dove peraltro la mussolini (e tanti come lei) sembra trovarsi sempre a proprio agio. tutto qui. – poi, per il resto sono d’accordo con te. anzi, dopo aver letto oggi un articolo di Repubblica.it sul caso, mi fa molta tenerezza (mista a un fastidio insopprimibile) vedere questa santa donna che sinceramente, credo io, depreca le lobby interne del proprio partito e la logica del clan, e poi però si dichiara disponibile a ricucire lo strappa minacciato se arriveranno risposte concrete. “E queste risposte, ormai, le può e le deve pronunciare solo il premier, e nessun altro.” – ribadendo, quindi, lei per prima il verticismo dittatoriale che tanto lamenta. un perfetto esempio di logica.
un caro saluto ;-)
E’ vero, come napoletana la carfagna è piuttosto denaturata, e che le proprompa il dialetto la umanizza. A questo proposito ho da tempo in mente un pezzo sui nuovi coatti, laureati romani di prima generazione in cui il romanesco è nascosto dietro un velo sottilissimo e trasparente: Lotito, Cicchitto, Taormina, Mannoni del Tg3… Vajassi?
mi fa sorridere che la radice linguistica sia così simile anche per almeno un’altra espressione dialettale
bagascia! sempre dall’arabo bagash?
Credo di sì, Carlotta: come Sorbetto, Zenit, Algebra e molte altre.