Barcellona blues

Innanzitutto ci sono i morti, morti in un modo orribile, e i feriti. E i loro familiari e amici, ai quali è successa una cosa tremenda. Il primo pensiero naturalmente va a queste persone. Ecco il secondo.

Quando ci sono attentati, stragi e fatti di sangue che colpiscono una città, come nel caso dell’11/9, o Madrid, Parigi, Bruxelles o Barcellona poche ore fa, mi torna in mente un episodio della mia vita, profondamente diverso eppure, per certi versi, simile. Quando nel 1978 fu rapito Aldo Moro in via Paolo Fani a Roma, la notizia si duffuse molto velocemente. Io ero a scuola e, con alcuni compagni, decidemmo di andare sul posto. Non (solo) per curiosità morbosa: via Fani era nel mio quartiere, conoscevo persone che ci abitavano, era un luogo familiare, mio. Quando siamo arrivati, la strada era naturalmente bloccata, ma la scena era ancora intatta, i corpi nelle auto (coperti, grazie al cielo), sangue e bossoli per terra.

Tra le mille sensazioni di quel giorno c’era anche quella di non riuscire a conciliare l’idea di un luogo familiare, parte del mio mondo, e tutto quel sangue, quella violenza. Ancora oggi, quando ci passo, è come se quell’incrocio non fosse parte del quartiere, ma un luogo segnato indelebilmente, nella mia memoria, da quell’evento. Avevo 18 anni.

Ecco: non riesco a non pensare con affetto ai molti amici, alcuni anche con figli, che vivono in una di queste città. Di quanto possa essere difficile non solo spiegare a un bambino cosa succede (problema che ogni genitore sensato si trova ad affrontare, ovunque) ma, oltre a superare la paura, mettere in moto un processo di riappropriazione della geografia, riuscire a scollegare i luoghi dagli eventi, mantenere la memoria senza alterare la relazione con la città. Un processo difficile, e temo anche lungo: ho amici di New York che ancora oggi fanno molta fatica a visitare Ground Zero. I romani che hanno vissuto gli anni della guerra (come mia madre) non sono realmente mai riusciti a riconquistare certi luoghi (via Tasso, per esempio), e c’è voluta una generazione intera per riprenderseli. Credo che questo sia quello che si intende quando si usa l’espressione “Città martire”. Se è così, tutti i suoi cittadini sono vittime.

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