Una delle cose straordinarie del mio lavoro (poi magari la cosa riguarda anche altri, io lo so di me) è la bassissima visibilità di quello che faccio, dico e penso, e l’evidente squilibrio tra quanto produco e quanto se ne vede. Naturalmente una fetta consistente di ragioni va ricercata nella “stranezza” delle mie idee e dei miei prodotti, dell’ostinazione con cui mi interesso di fenomeni marginali, poco battuti e, almeno a mio parere, in qualche modo nuovi. E’ successo molte volte nella mia vita, e ovviamente un po’ mi ci sono abituato. Ma non completamente, e continuo a registrare sintomi di questa diciamo ampia marginalità, sulla quale però anche io ho delle responsabilità: come ho detto, probabilmente se mi fossi scelto dei temi più pop, un punto di vista meno radicale (o un paese meno pavido), forse le cose sarebbero andate diversamente. Il primo riguarda il libro, che parrebbe essere stato gradito da chi l’ha letto, e c’è perfino chi si è spinto più in là definendolo un buon libro. I dati di vendita non sono noti, almeno a me. Però registro che sulla stampa è uscita una sola recensione di Luca Martinazzoli per Rolling Stone, giornale sul quale il libro è apparso nella sua forma giornalistica originaria (trovate la rassegna stampa e web nella pagina del libro). Alcuni siti lo hanno segnalato, qualcuno ne ha scritto – anche diffusamente (grazie mille) – e poi basta. A oggi (meno di tre mesi dall’uscita) il libro è tecnicamente morto, almeno come libro. Stessa sorte per le idee che contiene.
Il secondo concerne Mini Minor/Avvisi di Chiamata, probabilmente la rubrica più longeva della stampa musicale italiana, essendo partita ad aprile 1996. Dal punto di vista personale questo è uno dei maggiori successi della mia carriera, e mi ha consentito di mantenere un contatto a volte molto intenso coi lettori, e con un’intera scena che non solo ha gradito, ma si è data la pena di farmelo sapere: potrei fare un libro solo coi meravigliosi messaggi che ho ricevuto nel tempo, e ricevo tuttora, per quella rubrica. Non solo, ma si tratta di una delle pochissime zone non musicali della stampa musicale italiana, e ho sempre pensato che questa caratteristica, alla lunga, gli avrebbe dato della visibilità, una qualche rilevanza e magari aprire qualche spazio in zone editoriali (e anche economiche) un po’ meno marginali di Rumore. Questo non è accaduto, e ovviamente alla lunga ci ho fatto un po’ il callo, che ormai mi da fastidio soltanto nel caso di date speciali: nel 2006 per il decennale (quando la rivista mi rispose che se volevo celebrare quella ricorrenza avrei potuto farlo sulla mia pagina) e adesso – alla vigilia dei 15. Ma poi mi passa, e semmai se ne riparla nel 2016.
L’ultimo è assai più semplice: il numero di Rolling Stone in uscita a Marzo è l’ultimo a contenere un mio spazio fisso – e il primo nella storia del giornale, con cui collaboro dal numero uno. Forse dovrei iniziare a scrivere di artisti alla moda, giubbotti fichissimi o eventi imperdibili sponsorizzati da una vodka.
Mi lamento? Un po’, ma non troppo: in fondo tra una marginalità e un’irrilevanza sono arrivato quasi all’ età pensionabile; sarebbe assai peggio se avessi 23 anni. Non solo, ma ho anche una risposta anche alla domanda: “Chi te lo fa fare?” Il pubblico (che apprezza quasi sempre), i lettori, gli ascoltatori, insomma voi. Se non avessi questi riscontri costanti avrei smesso da un pezzo. Registro però una cosa piuttosto evidente: negli ultimi sei mesi ho lavorato molto e prodotto una discreta quantità di cose (e ce n’è ancora: restate sintonizzati che probabilmente la prossima settimana arriva un curioso oggettino sonoro prodotto insieme a Painé): libri, video, mostre, progetti, un filmino… La mia visibilità però continua a calare, e a questo punto vedo il rischio reale di diventare antipatico, soprattutto a me stesso: questo sarebbe davvero troppo grave. Scusate lo sfogo, ma questo è il mio blog. Se volete uno sguardo meno pessimista potete sempre andarvi a leggere il leggiadro Severgnini sul Corriere.

