Per una volta concordo con un’opinione espressa da un esponente del governo, il Ministro Brambilla, che a proposito di integrazione degli immigrati scrive:
Riteniamo che la cittadinanza italiana possa essere concessa agli immigrati solo a condizione che essi abbiano già (…) acquisito un livello di conoscenza della nostra lingua, della nostra cultura e soprattutto delle nostre leggi tale da rendere, sotto ogni profilo, tangibile la loro volontà di integrazione.
Se sono convinta che, anche in Italia, l’immigrato debba poter acquisire la cittadinanza con tutti gli altri diritti che ne conseguono, mi chiedo però come si possa pensare di concedere questi diritti a chi non dimostri, con i fatti, la propria convinta volontà di integrarsi nella struttura giuridica, sociale ed anche culturale di questo paese.
Per concludere, ritengo che gli immigrati debbano raggiungere questo importante traguardo attraverso verifiche e criteri selettivi molto rigorosi, che poi sono gli stessi già adottati da tempo da altri paesi.
Come non concordare? Oh, naturalmente non è che si possono implementare “verifiche e criteri selettivi molto rigorosi” solo verso gli immigrati. E’ ovvio che questi criteri vanno applicati a tutta la popolazione. Infatti non mi pare affatto che Roberto Cota abbia dimostrato “la propria convinta volontà di integrarsi nella struttura giuridica, sociale ed anche culturale di questo paese” (anzi, sbandiera ai quattro venti proprio la sua scarsa volontà), o che si possa dimostrare che Bossi, Calderoli o anche Antonio Di Pietro “abbiano acquisito un (qualsiasi) livello di conoscenza della nostra lingua e della nostra cultura”. Quindi sì agli esami di integrazione, così poi vediamo quanti trogloditi bresciani (che si sentono così superiori) sanno cosa s’intende con congiuntivo, o chi era Sandro Pertini.

