A luglio mi sono trovato a Trieste a dibattere sui blog con alcuni blogger illustri, tra cui Pino Scaccia – inviato del Tg1 nelle zone calde del mondo. Tra imperdibile vernacolo romanesco e aneddotica post hemingwayana, a un certo punto gli ho fatto notare che in Italia i blog hanno anche la funzione di ospitare opinioni meno consuete che – data la scarsa libertà di stampa – non hanno cittadinanza nei media mainstream. Apriti cielo: Scaccia si è immediatamente inalberato, sostenendo che avrei dovuto vedere quanta poca ce ne fosse in paesi come l’Iran (che evidentemente è il suo termometro della libertà di parola nel mondo).
Ieri, nel suo collegamento dall’Afghanistan, Scaccia insisteva nel chiamare gli italiani rapiti e poi liberati, del “militari”. E’ rimasto l’unico a farlo: dapprima Al Jazeera (il primo media a dirci la verità) e poi anche la stampa italiana ha capito che si trattava di agenti segreti. Che va benissimo, per carità: in guerra servono anche loro e sarebbe ingiusto discriminarli. Ma che evidentemente, secondo disposizioni precise, vanno chiamati militari. E il Tg1, che da sempre interpreta la libertà di stampa come libertà di servire il potente di riferimento, si adegua.
PS: MI scrive l’ottimo Armando: “Quelli del Sismi sono militari. E dipendono, infatti, dal Ministero della Difesa e non degli Interni dove ai servizi collaborano in organico anche civili. I due rapiti, infatti, avevano gradi militari, erano marescialli.”
E’ verissimo: dal punto di vista formale il Tg1 ha ragione. Però, se l’informazione serve a informare, allora dire che erano soldati mi pare fuorviante: che ci facevano una coppia di militari italiani da soli in mezzo ai Talebani? Invece utilizzare l’espressione “agenti del servizio segreto militare” avrebbe aiutato gli ascoltatori a capire – e a fare le dovute distinzioni (comunque la si pensi) tra questo rapimento e, per esempio, quello di Enzo Baldoni.
La domanda vera resta comunque la solita: che ci facciamo noi italiani in Afghanistan?

