Sinfonia di una grande città*

L’uomo che ha il merito di aver introdotto al mondo l’idea di paesaggio sonoro è certamente il compositore e saggista F. Murray Schafer, il cui libro Il Paesaggio Sonoro (Ricordi Lim) resta di insospettabile attualità. Lo rileggo periodicamente, essendo uno dei testi che proponiamo agli studenti del corso di Sound Design dello IED a Milano. I quali giustamente ne patiscono le parti più socio/politiche (si tratta pur sempre di un testo del ’77) ma non mancano di cogliere l’importanza (e l’immensità) dei temi portanti: la realizzazione dell’esistenza di un paesaggio sonoro tanto importante quanto quello visivo ma invece solitamente ignorato, e quindi trascurato; l’analisi di questo paesaggio (con approcci diversi, qualcuno datato ma altri invece eterni); l’urgenza di inventare soluzioni per migliorarne la qualità.

Negli ultimi 40 anni il paesaggio sonoro è molto cambiato, e resta in costante evoluzione – con dei limiti molto meno rigidi di quelli che regolano il paesaggio visivo. In Italia abbiamo regole ferree per mantenere una certa coerenza visuale urbana, dal colore degli infissi a quello dei palazzi fino alla forma degli edifici e perfino il materiale dei tetti, in certe zone. E non soltanto nei centri storici o nelle aree il cui paesaggio è considerato pregiato ma quasi ovunque, con poche eccezioni. Queste limitazioni sono assai apprezzate dalla popolazione (eccetto quando poi si aprono una finestra abusiva). Personalmente ho una visione intermedia: apprezzo i borghetti ben conservati ma poi non mi meraviglio se i nostri migliori giovani architetti emigrano, e per vedere il loro lavoro mi tocca viaggiare.

Il paesaggio sonoro raramente gode dello stesso trattamento. Esistono delle contromisure, come le benedette barriere anti-rumore che finalmente stanno comparendo a ridosso di autostrade e ferrovie, ma per il resto si fa davvero pochissimo. Mentre invece non solo si potrebbe migliorare l’esistente, ma c’è tutto un settore interamente da esplorare. Oggi sappiamo che il paesaggio sonoro urbano è uno schifo. I rumori più fastidiosi sono i motori e le ruote, i clacson, alcuni segnali acustici particolarmente mal progettati (come il suono delle porte aperte dei tram, che al capolinea diventa una tortura) e naturalmente le maledette suonerie dei cellulari. L’unica soluzione offerta dalla tecnologia è l’equivalente acustico delle barriere anti-rumore: le cuffie, con dentro musica a un volume tale che cancelli l’inascoltabile, insopportabile, schifoso Nokia Tune della signora a fianco. Per i più sensibili esistono delle efficienti cuffie cancella-rumore, con processori che eliminano i suoni esterni, ma siamo sempre lì: barriere anti-rumore.

Oggi invece esiste un’altra opzione, sempre più realistica. Un buon esempio sono le auto; quelle elettriche non emettono alcun rumore, e questo è pericoloso per i pedoni che non le sentono arrivare. Quindi si è dovuto creare un rumore apposta. La soluzione attuale (in alcuni modelli)? Riprodurre quello del motore, però finto. La sfida invece è ardua ma eccitante: produrre un rumore gradevole, con delle variazioni (che diano indicazioni sulla velocità), utile per i pedoni ma non fastidioso per chi lo sente. Idem per i clacson (il pe pe elettrico di ieri, oggi può essere qualsiasi cosa), il segnale delle porte del tram (o i semafori per non vedenti) e naturalmente le suonerie dei cellulari. Oggi si può, e dovremmo proprio cominciare. Io, che però non faccio testo, andrei anche più in là, e proporrei una tonalità alla quale tutti si devono accordare: motori, sirene, semafori, clacson, cellulari; dopotutto il titolo originale del libro di Schafer è The Tuning of the World. Così le città potrebbero diventare vortici sonanti complessi ma intonati, e potremmo distinguere con semplicità un motorino soprano da un bus baritono.

* dal titolo del film di Walter Ruttmann.

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