Nativi per davvero

Alcuni aspetti del modo in cui abbiamo reagito all’emergenza Covid meritano una riflessione, con un preambolo. Da quello che ho visto mi sembra che ognuno abbia fatto quello che poteva al massimo delle proprie possibilità. Criticare qualcuno per come ha reagito alla pandemia mi sembra assurdo: chi di noi aveva una strategia sensata e efficace da prima? Abbiamo fatto quello che siamo riusciti a fare, e mi pare che ce la siamo cavata benino (parlo delle persone qualsiasi come me: criticarne la gestione mi pare sacrosanto). Abbiamo denominato quella fase (tuttora in corso) Emergenza, e abbiamo attuato delle strategie per fare fronte a un’emergenza: sanitaria, lavorativa, logistica e economica, ma anche creativa, sociale e emotiva.

Ho avuto modo di osservare molto da vicino due settori diversamente influenzati dalla pandemia, e c’è un tema di fondo comune. Insegno all’università, e i miei corsi sarebbero dovuti partire all’inizio di Marzo. In men che non si dica la scuola ha attivato una piattaforma di insegnamento online attraverso la quale ho potuto svolgere interamente la didattica (che consiste di lezioni frontali) e fare gli esami. Un’esperienza complessa, con una curva di apprendimento sensibile, che però ha funzionato, almeno sul piano della trasmissione delle informazioni: l’ho notato io, me l’hanno confermato diversi studenti. Ovviamente l’insegnamento non è solo trasmissione di nozioni, e la parte in cui io gesticolo e lo studente ride (ma capisce) va persa. Però, trattandosi di un’emergenza, mi pare che ne siamo usciti decorosamente, sia io che loro.

Come sapete (anche perché comperate Rumore), uno dei settori paralizzati dalla pandemia è stato quello della Musica: dal Madrigale alla Techno, tutto fermo. Qui l’emergenza è stata affrontata in due modalità: il “soccorso alla popolazione” e il bisogno/desiderio naturale di esprimersi. La prima, adottata specialmente nella fase iniziale del lockdown da artisti molto noti, ha avuto momenti davvero esilaranti ma, come dicevo all’inizio, ognuno ha fatto quello che ha potuto. La seconda è stata più interessante. Che fa un DJ/produttore/musicista/attore/performer/comico segregato in casa con un account Instagram/Facebook? Una bella diretta, tanto pure il suo pubblico (se esiste) è chiuso in casa. Durante il lockdown ho ascoltato dei DJ set meravigliosi, scoprendo una grande quantità di musica nuova, e ho visto diverse esibizioni “dal vivo”: qualcuna piacevole, altre dimenticabili, nessuna davvero folgorante.

In ambedue i casi, operando in una situazione di emergenza, si è fatta la sola cosa che si poteva fare: replicare un’esperienza che per sua natura è fisica (insegnare, fare un DJ set, un concerto, uno spettacolo teatrale, una performance, una conferenza, uno show di danza, ecc.) attraverso Internet, avendo così tutti gli svantaggi della rete ma nessuno dei vantaggi, se non la connessione stessa. Certo, ho ascoltato un DJ set in pigiama, dalle mie casse, mentre facevo il caffè, uno studente ha seguito la mia lezione a casa, col gatto in braccio e il teleprof un po’ sgranato. Mentre forse dovremmo iniziare a immaginare delle modalità diverse che si avvantaggino davvero degli strumenti della rete, costruendo per esempio dei percorsi di insegnamento multimediali, e quindi ripensando l’approccio all’idea stessa di didattica e al ruolo dell’insegnante. Questo vale anche per la musica e per le arti, dove si riesce. Qualcuno lo sta già intelligentemente facendo, per esempio i DJ set con musica d’ascolto in pubblico, distanziati. Ma si può dare di più, immaginando congegni espressivi nativi della tecnologia, che vadano oltre, per esempio, al tristissimo teatro (o i concerti) su YouTube o Rai Play: a chi non piacerebbe ricevere una telefonata da Marco Paolini (o Emidio Clementi, per dire) che ti racconta una storia di persona, e puoi anche fargli delle domande? Sempre restando in trepidante attesa di poterci assembrare di nuovo con ardore.

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