Se uno è un coglione, naturalmente fa piacere se a un certo punto se ne rende conto e fa ammenda no? Perfino se uno è una testa di cazzo così spettacolare:
Al diavolo il tempo che ho perso inutilmente,
le feste comandate, i regali azzeccati,
al diavolo i comuni mortali fare su e giù per le vie del centro,
al diavolo le conference call, i social network, gli arrampicatori sociali,
i vernissage pieni di umani intenti a sorseggiare cocktail annacquati,
al diavolo l’acid jazz, la lounge music, il sushi del venerdì e il brunch la domenica:
il futuro appartiene a chi ha il coraggio di essere differente.*
Una vita di merda, davvero. Non riesco a immaginare nulla di più insopportabile. La cosa brutta? Che per questo idiota il coraggio di essere differente consista nel comprarsi una immensa macchina del cazzo (e così distinguersi dai “comuni mortali”, essendo lui un cazzone non comune). La cosa pessima? Che chi ha scritto questo testo non era d’accordo con se stesso: chi sono i forzati della lounge music e del brunch, se non gli stessi pubblicitari autori di puttanate simili? Basta farsi un giro per Milano per verificarlo. Certo però che la pubblicità prima li convinca a andare ai vernissage e a ascoltare l’acid jazz e poi gli dica che hanno perso tempo è di una crudeltà feroce.
Non ce n’è: il pubblicitario buono è quello che pensa: “Al diavolo scrivere minchiate per convincere dei fessi come me a comprare cazzate superflue” e che, conseguentemente, si dà alla pesca delle scimmie di mare.
* Testo di uno spot orrendo che reclamizza un’auto inguardabile.


non vorrei che il commento suonasse un po’ come una captatio di qualche tipo, ma dio… hai per-fet-ta-men-te interpretato il mio pensiero quando ho visto io stesso “lo spot orrendo che reclamizza un’auto inguardabile”. che immensa cazzata! bisogna essere proprio dei mentecatti per credere, e cedere, al richiamo di una simile idiozia: per essere diverso dagli altri ti fai la macchina uguale a quella degli altri. dio, ma come si fa? – ed è strano, se ci pensi, perché di solito gli spot delle macchine, per quanto mi riguarda, sono quasi sempre i più raffinati, quelli dove si vede che si è speso di più, e quasi sempre sono riusciti, per lo meno da un punto di vista estetico (quasi sempre, eh).
A parte il fatto che il testo non l’avrà scritto il pubblicitario, ma il suo stagista impagabile (e impagato). In realtà forse lo spot identifica proprio il suo pubblico, e, come dici, il suo autore – per me il “sushi del venerdi'” non vuol dire una minchia, magari per Ginetto che fa l’account in una agenzia di viral marketing milanese è un sogno proibito. O magari una realtà nella quale sperpera i suoi 1000 euro netti al mese, e poi campa a pasta al burro il resto della settimana. Interessante che parlino di spreco di tempo, e non spreco di soldi, perchè evidentemente buttarli in una grossa macchina inquinante (tedesca?) è invece un’idea bellissima.
Anche a me questo testo ha suonato un pò strano quando l’ho sentito.
E ho pensato: se per essere differente da tutti ti prendi quella macchina, ‘ndiamo bene.
I pubblicitari di oggi hanno, secondo me, meno ore di studio sulle spalle. E spesso si vede.
una reclame che ostenta un anticonformismo di un conformismo inaudito. E poi la voce narrante manda al diavolo tutte quelle piccole cose che un “comune mortale” non farebbe mai, hai ragione.
Pensare che c’è gente che compra proprio perchè affascinata da spot così.
esiste un nuovo tipo di droga: il lusso. e di spacciatori in giacca, cravatta e macchinone ce ne sono a frotte. Io però manderei in galera anche i “consumatori”.