Per un’azienda (specie quelle che vendono al dettaglio) esistono due maniere di vedere il mondo e il proprio posto al suo interno. Una assoluta, dove tutto si muove secondo regole auree, giuste e impermeabili alle mille possibili combinazioni di eventi. L’altra invece è più organica, relativista e flessibile. Se io vendo una cosa a 100 e il mio concorrente a 70 ho due possibilità: posso ignorarlo, tirare dritto e magari fallire, oppure regolarmi – non necessariamente adeguando il prezzo. Per esempio posso fare del marketing in cui sostengo che il mio prodotto è meglio del suo, o fornire un servizio clienti così chic che non si bada alla differenza di prezzo, o molte altre cose. Questo discorso naturalmente si applica vieppiù alle merci digitali. Quando ci fu la questione Napster, su una cosa erano tutti d’accordo (tranne gli utenti, ovviamente): volendo spostare le masse bisognava inventare un sistema che fosse più facile e comodo del P2P; in parte c’è riuscito Itunes.
Oggi sappiamo che esiste un fenomeno chiamato Scambio di file (qualcuno lo chiama Pirateria, ma è solo perché non ci ha mai riflettuto per 26 secondi), che riguarda software, musica, film, libri, foto, ecc. Mi chiedo come mai, a fronte della facilità con cui ci si può procurare (illegalmente ma gratuitamente) queste merci, i produttori e distributori continuino a essere così ostinatamente assolutisti. Due esempi personali:
L’altro giorno ero in centro e decido di comperare un film, Maradona di Emir Kusturica (€ 9.99), da guardare e poi regalare. Torno a casa e scopro che prima di vedere il film (distribuito dalla Bim) sono obbligato a vedere 15 minuti di trailer – senza poter skippare, e senza poter andare avanti veloce. Mi pare una mossa commercialmente insensata: comprerò mai più un DVD dalla Bim? No, e ve lo sconsiglio, a meno che non vogliate trascorrere un quarto d’ora a trovare rime offensive e immensamente oscene con la parola Bim. Solo questo mi pare un motivo lecito per scaricare questo film da Bittorrent: là almeno i trailer non ci sono. E’ la pirateria a uccidere il cinema, o un distributore che mi considera un portafogli che cammina e mi costringe alla sua reclame?
Decido, dopo svariati anni, di comperare Photoshop – uno dei programmi più piratati della storia. Vado sul sito della Adobe e leggo il prezzo: € 1.222,56 iva inclusa. Un po’ smarrito mi rifugio nell’area educational (dopotutto faccio anche l’insegnante, benché part time) dove lo stesso software costa € 238,80. Non esattamente pochissimo ma si potrebbe anche fare. Però per comperarlo qui devo registrarmi nel sito, fare l’acquisto e poi inviare delle prove della mia identità e del mio essere insegnante (anche in pdf, quindi eventualmente falsificabili) alla Adobe, che si prende cinque giorni lavorativi per stabilire se le mie credenziali sono buone. Dopodiché potrò finalmente scaricare Photoshop.
Ora, io capisco tutto. Però mi pare che ambedue queste politiche aziendali siano state concepite in un ambiente sterile e avulso dal mondo, dove si immaginano dei comportamenti e delle relazioni che hanno pochissimo riscontro nella realtà. Una realtà dove invece Rapidshare.com e Adobe.com sono soltanto a un clic di distanza.


Quanto c’hai ragione!
Penso che, a fronte di un DVD che costa meno di 10 Euro, si dovrebbe avvisare l’utente che questo prezzo è possibile causa pubblicità sul supporto che andiamo a comprare.
Gli americani sono dei maestri del marketing: sarà, ma non è raro che compri DVD in USA (qui molti films che cerco non ci sono – ed è uno dei motivi per cui penso che il marketing “made in Italy”, soprattutto sulle “nuove” tecnologie, sia scarso: ma lo volete ristampare su DVD “Honky Tonk Man” di Clint Eastwood o no??? Non stiamo parlando mica dell’ultimo dei pirla…no, si trova solo in VHS a prezzi ridicoli…vabbeh…).
E, avendo modificato digitalmente (= hackerizzato) il mio lettore DVD da tavolo, posso vedermi i principali films di Ed Wood, usciti in cofanetto alla stratosferica cifra di 23 dollari (+ spedizione: 8 dollari). Sono in inglese? Conosco abbastanza bene l’inglese da vedermi un film o leggermici un libro intero (cosa che faccio abbastanza spesso).
Mi rendo conto che si tratta di prodotti forse di nicchia, ma il punto è: per fare un esempio, tra Lady Gaga o Eros Ramazzotti non ho problemi, ma tra un Clint Eastwood o un documentario sui Doors appena uscito ne ho, su un supporto DVD (con sottotitoli italiani, almeno)? Sembra di no.
E non parliamo della musica: faccio un piccolo esempio.
Il periodo d’oro della musica italiana è stato anche tra gli anni ’50 e ’60, il periodo in cui l’Italia ispirava parecchio altri Paesi.
I master di molto materiale prendono polvere giorno per giorno nei magazzini delle cosidette “major”, e forse molte cose sono andate perse. E’ chiaro, avendo una visione normale del mondo e del web, che molte cose sono ricercatissime.
Aldilà dei vari Celentano, Giorgio Gaber in edizione economica e via così, qualcuno si è mai preso la briga di celebrare, ad esempio, il rock’n’roll italiano come si deve? Penso a un cofanetto di tot CD, corredato magari da booklet di svariate pagine con documenti fotografici inediti che sicuramente esisitono.
La miopia dei addetti ai lavori ci fanno pervenire notizie di qualcosa del genere avvenuto agli inizi degli anni ’70, poi basta.
Tutti puntano sul cavallo vincente: non dico che non debba essere così, ma pubblicare qualcosa dai bassifondi dei magazzini potrebbe essere un’idea per cambaire opinione su qualche colosso della discografia italiana. Magari, documentandosi sul web (ma forse, per alcuni “managing directors” è troppo presto o, come credo, inutile perchè tanto…) si possono trovare spunti a ciò che dico.
Ma credo siamo ancora lontani da questo: parlo così perchè ho trovato, recentemente, un sito di una persona straniera che pubblicava, rippati, diversi dischi jazz italiani degli anni ’50, ’60 e ’70 mai più ristampati su CD e oggi irreperibili. Puntualmente, è arrivata la diffida da chi detiene i diritti per quella musica affinchè venisse rimosso tutto, come puntualmente è avvenuto.
Io ci ho visto arroganza e dabbenaggine, e ho pensato “Se vuoi pubblicare queste cose, devi tirarti su le maniche e avere tanta pazienza. E tanti soldi”.
Ne deriva che il marketing mirato al pubblico non credo si possa dire cosa completamente nostra, oggi.