Parallelamente alla rivoluzione digitale e all’arrivo delle tecnologie personali è fiorita una tendenza nuova o quasi: il Vintage in tutte le sue forme. Non cose antiche, da sempre sport per ricchi: un antiquariato prossimo, a volte perfino appartenente alla propria memoria. Dal vestiario al lampadario ci piace il passato un po’ consunto, vissuto, pre-amato, secondo la fantastica espressione inglese per l’usato chic: pre-loved. Dopotutto a differenza dello Smartphone, oggetto a noi superiore che dopo qualsiasi interazione diventa impuro e va mondato dalla schifezza umana, il vecchio grigione SIP era indistruttibile, amichevole e di un colore che teneva lo sporco. La tendenza Vintage si incrocia ma non è sovrapponibile alla Retromania, l’ossessione della cultura pop per il passato che continua a consumare all’infinito. Qui c’è anche molto altro: l’idea che un oggetto possa essere in qualche modo unico (per via dell’età o delle condizioni), la connessione tattile col passato, la credenza (spesso veritiera) che una volta la qualità (per esempio nell’attenzione ai dettagli) fosse maggiore. Per la mia generazione l’abbigliamento usato e militare era anche una forma di statement oltre che fonte di grande lussuria: certi tipi di camicie (di flanella a quadri, o quelle da bowling) o di pantaloni (jeans in diversi stadi di meravigliosa consunzione) si trovavano soltanto usati, al mercato. Da questo punto di vista il procedimento Stone Washed (per invecchiare artificialmente la stoffa), popolarizzato proprio negli anni ’70 e oggi onnipresente, è un primo presagio: perché comprare dei jeans nuovi (blu, scuri e rigidissimi) e metterci degli anni a farli diventare belli usurati nei punti giusti quando puoi comperarli già così? Oggi in Giappone esiste un culto del Denim e online trovate dettagliate istruzioni su come e dove consumare per bene dei jeans.
Anche la musica (che pure vive di Retromania) ha molti aspetti legati all’idea di Vintage. Chi cerca dischi vecchi (in qualsiasi modo, dai mercatini a Discogs) non compra solo la musica (in molti casi disponibile in streaming) bensì un oggetto, in certi casi una capsula del passato, o un’edizione vecchia, rara, minuscola, perfino manufatta. Qui c’è una interessante biforcazione. Se ovviamente le condizioni del vinile sono un fattore importante (esiste una scala per descriverne lo stato), lo sono anche quelle della copertina: infatti quelli bravi le conservano in solide buste di plastica spessa. Quindi più un disco è simile a quando è uscito dal negozio, più vale. Io (che però non sono un collezionista o un digger accanito) mi sono sempre regolato diversamente: nella busta interna bianca di Unrest degli Henry Cow, preso usato in qualche mercatino all’epoca, ci ho trovato dentro il diario del precedente proprietario, dei suoi pensieri scritti a matita. Secondo me questo conferisce preziosità all’oggetto rendendolo unico e dandogli, a 50 anni di distanza, perfino un “valore storico”. Ho una Bibbia (di quelle belle da preti, con copertina rossa e due segnalibro di stoffa) presa per quattro soldi su una bancarella, col venditore che mi fa lo sconto “perché è scritta”. L’intero volume è ordinatamente annotato a mano nei margini con una calligrafia stupefacente. Questo me lo rende più prezioso.
Ovviamente il mercato degli strumenti musicali non è assolutamente esente da questo fenomeno, anzi. Per buoni motivi: alcuni strumenti costruiti negli anni 40/70, come certe chitarre, suonano meglio. Quindi chi ha i soldi se le compra e i più poveri si accontentano delle copie moderne, belle ma non quelle. Se hai la ventura di possedere una chitarra suonata per molti anni, ovviamente è anche un oggetto unico coi suoi graffi e segni di usura; se poi è appartenuta a un grande chitarrista ha un’aura originale non riproducibile, come la Gioconda. O forse invece sì? Già da diversi anni i marchi più prestigiosi propongono versioni “reliquia”, cioè chitarre nuove (spesso costruite con grande cura) che vengono quindi consumate a arte con procedimenti top secret per sembrare vecchie compagne di viaggio di bluesmen disperati, rocker eccessivi e virtuosi maledetti. La “Chitarra di tizio” non è mica la sua (che sta nel caveau svizzero di qualche miliardario), è una delle mille (numerate e timbrate) che ne riproducono esattamente le fattezze, inclusa l’usura. Quindi se oggi volete una Stratocaster c’è un’ampia scelta che include una chitarra nuova di pacca, lucida fiammante o lo stesso strumento strapazzato e vissuto. Ma non dall’uso: da una sorta di stone wash liutaio che per molti, ma non per me, costituisce un incentivo all’acquisto. E che contraddice la scala Discogs. Altro che mint condition: la chitarra più è artificialmente scassata, consunta e lisa, più costa. L’invecchiamento infatti ha un sovrapprezzo – oppure ve lo fate da soli con una quindicina d’anni di uso intensivo.