Vicinanza remota

A un anno di distanza dall’inizio della pandemia, sto iniziando in questi giorni il mio secondo anno di didattica a distanza. Ma mentre l’anno scorso la parola chiave era “emergenza” (iniziai il 6 marzo, proprio al principio di tutto), quest’anno lo sapevo da ben prima, e avevo già fatto l’esperienza.

Una modalità non semplice, nè per me nè per gli studenti. Ovviamente facciamo buon viso a cattiva sorte, cerchiamo di non farci mancare niente (incluse le occasionali conversazioni a più voci, mai facili via webcam con classi numerose), procediamo spediti e agili. Però sia loro che io sappiamo che ci stiamo perdendo qualcosa. Non tanto da un punto di vista didattico, anzi: essendo in casa posso mostrargli dei dischi o leggergli pezzetti di libri, anche decidendo all’ultimo momento. Inoltre nella DAD gli studenti sono tutti in prima fila, mi sentono bene (uso un microfono, loro sono in cuffia) e, dato che chiedo loro di accendere la webcam ma non lo pretendo, possono fare domande senza quella piccola ritrosia che a volte frena i più timidi. Inoltre abbiamo la chat, dove possono interagire o chiedere lumi senza interrompermi o alzare la mano (cosa che si può fare anche online, c’è una funzione apposita). Quello che ci stiamo perdendo sono i tempi interstiziali, spesso tanto utili quanto la didattica frontale. Le pause durante le lezioni, che di solito trascorro insieme agli studenti fumatori (e non) in cortile, nelle quali spesso sento le domande più divertenti; gli incontri in cortile o al bar, utili per un contatto magari breve e estemporaneo ma personale; le occasioni di chiacchiera davanti alla macchinetta del caffè. E ovviamente i colloqui, insomma muovere dell’aria insieme.

Lo scorso anno avevo istituito un ora di ricevimento studenti online (che spesso sono diventate tre), cosa che conto di ripetere anche quest’anno. Non solo ci serve per preparare gli argomenti di esame (che sono a scelta di ogni studente), ma l’anno scorso si è rivelato anche un parziale sostituto del cortile. L’altro stratagemma che l’anno scorso aveva funzionato è dare il mio indirizzo email agli studenti, invitandoli a usarla con disinvoltura. Zero messaggi a vanvera, ma invece molti scambi utili su argomenti sensati.

Perché, almeno per come la intendo io, la didattica è una formula complessa che contiene una parte di insegnamento (nozioni, date, concetti, ecc), una parte di fornitura di angoli e chiavi di lettura (che passa attraverso il linguaggio, le modalità di analisi e l’atteggiamento “culturale” del docente) e una parte di conoscenza personale. Balsamica per me (avendo una vita sociale scarsa, ogni anno parlo con un numero di ventenni molto superiore alla media dei miei coetanei) ma piuttosto utile anche per loro: pur non essendo affatto un prototipo affidabile, sicuramente sono una possibile versione di come saranno loro alla mia età. Ecco: per me personalmente recuperare questa dimensione sarà davvero il grande successo della vaccinazione.

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