Succede un fatto lievemente inquietante a un mio amico (lievemente per me, che lui m’è parso abbastanza squietato): è stato querelato per qualcosa che ha scritto sul suo sito. Ovviamente la questione ha più strati: mi pare tutto sommato giusto che si possa agire contro qualcuno che ci diffama via web. Certo è una misura drastica che in parte contrasta con quanto sentiamo ripetere con costanza dai grandi media: web e stampa non sono paragonabili, i giornali sono autorevoli, la Tv è di massa mentre il web è (tuttora, malgrado la diffusione) ancora troppo di nicchia, troppo sparpagliato, troppo “dal basso”. Sarà pure vero ma davanti alla legge parrebbero assolutamente intercambiabili – come dimostra questa querela.Ma la cosa notevole, a mio parere, è il trapasso tra virtualità e realtà. Sappiamo che la rete è digitale: abbiamo la posta elettronica, le identità virtuali, saltiamo da qui a lì con un click e viaggiamo con Google Earth. Ma poi, quando qualcosa va storto, si torna immediatamente al passato; e così, invece di un’animazione in flash di due carabinieri, quelli gli sono arrivati a casa in carne e ossa. Hanno consegnato la denuncia in pdf? Macché: era su buona, vecchia, intramontabile carta bollata. Quindi occhio: se diffamate qualcuno su internet, la pena non sarà di poter navigare per sei mesi solo in siti come questo (una pena digitale, benché terribile, per un reato digitale) ma una tangibile, materiale, analogica denuncia penale in pura cellulosa di carta. Come nel 1906, e proprio come se il vostro blog fosse il Corriere della Sera.

