E’ facile condividere oscure b-side giamaicane dei ’70, o stilose esplorazioni elettroniche contemporanee. Il gioco invece si fà interessante quando si indossano (qua, o sui social network) canzoni meno cool, specialmente se italiane. E’ il caso di Un altro posto nel mondo di Mario Venuti del 2006, con la quale è perfino andato a Sanremo. E’ davvero una bellissima canzone, secondo me. Con alcuni difetti classicamente italiani, che però giustifico: non deve essere semplice tentare di conciliare una certa sofisticatezza autorale (e non mi riferisco a mischioni insensati tipo Cammariere o i Quintorigo: Venuti scrive canzoni, seguendo le regole quasi alla lettera) e il Festivàl, il mercato, la compilation Sanremo 2006 e compagnia cantando. Non so dire come si sia piazzato nella gara, ma nel 2006 ha vinto Povia con Vorrei avere il becco (come non essere d’accordo? Povia dovrebbe averlo. Ma si consoli: certamente pensa come se ce l’avesse). Però Un altro posto nel mondo si è sentita in giro, per radio, in televisione (malgrado il videoclip sia proprio banale e senza alcuna relazione con la vicenda di amore andato a male, di vita da rifare del testo) e dal vivo: a differenza di molti sanreumatici, Venuti esiste, fa concerti, collaborazioni, insomma ha una vita anche fuori dalla tv.
La canzone ha molti pregi: la strofa ha una melodia strepitosa e molto sofisticata, benché sia basata su un’armonia piuttosto semplice. Sofisticata ma orecchiabile, e molto cantabile. Lo sviluppo della melodia è perfetto: sale nella seconda parte della strofa, mantenendo gli intervalli e creando un bellissimo vortice melodico. E’ una strofa talmente bella che lui la allunga – fatto raro in un brano sanremista, che dovrebbe avere più ritornelli possibile. E qui c’è la nota dolente: il ritornello è anche funzionale, non brutto, certamente risponde alle regole (cioè è un hook classico) ma è davvero intensamente italico, non in senso positivo. E i violini in sottofondo non aiutano affatto, portandoci pericolosamente in zona Minghi. Peccato: bastava un hammond e tre signore vocaliste di canna potente. Ma perfino il ritornello italianofono si tollera, nella speranza che torni la melodia iniziale; che arriva, ma senza l’impatto della prima volta. Poco male: a questo serve il replay dall’inizio.
Il testo inizia così: Lo stupore che mi colse quando lei mi disse: sono innamorata di te… Dura troppo poco la vanità di sentirsi amati, un po’ di gratitudine, poi voglia di fuggire via… Non riesco a immaginare qualcuno, qualcosa che inizi, ho più dimestichezza con la fine.
Sulla poesia non so, a me piace molto ma magari a voi no. Notate però l’uso felice della parola dimestichezza, e la sua esatta collocazione nella melodia: è un’arte, e Mario la sa.
Questa è la versione dell’album. Su Youtube ne trovate alcune altre, tra cui una dal vivo a Sanremo col gruppo (Arancia Sonora, mannaggia ai nomi) e una acustica in duo con Niccolò Fabi.

