Domani sera si svolgerà a Milano una manifestazione, che conta oltre 300 adesioni (ma non la mia), chiamata “L’Unione fa la Musica”. Come si intuisce dal nome si tratta di un “concerto-evento per la Legge sulla Musica” durante il quale si svolgerà un incontro tra Romano Prodi, leader dell’Unione, e gli artisti e i produttori della nuova scena musicale italiana. Il tema? “L’urgenza di una Legge sulla Musica.” Un tema importante ma anche delicato. Vediamo quali sono le principali questioni che, secondo i proponenti, la legge dovrebbe contenere:
- offrire il giusto riconoscimento culturale agli artisti e agli operatori del settore musicale;
- incrementare la presenza delle nuove musiche indipendenti italiane sui grandi media;
- offrire un supporto ai festival e alle opere prime realizzate in Italia;
- incentivare la promozione della musica italiana all’estero;
- offrire detrazioni fiscali per la distribuzione e la digitalizzazione dei repertori;
- riconoscere alle case discografiche lo status di imprese culturali, come già avviene per il cinema e l’editoria;
- inserire la musica nazionale nei programmi di sostegno dell’Unione Europea;
- portare l’Iva finalmente al 4% parificandola all’Iva sui beni culturali.
A parte i primi due punti (che mi sembrano irrealistiche enunciazioni di principio) e il terzo, una proposta che ripeto ormai dallo scorso millennio, gli altri provvedimenti ricadrebbero a pioggia su tutta l’industria musicale italiana, senza distinzioni (ma non sugli artisti, che a parte “il giusto riconoscimento culturale”, godrebbero solo indirettamente di questi benefici, attraverso il filtro di festival e case discografiche). Siccome il 95% di questa industria è monopolizzata da un cartello (non lo dico io, l’ha detto l’antitrust) di tre aziende multinazionali, la cui politica per ora non assomiglia affatto a quella di un’industria culturale, mi pare folle proporre pure una legge che le agevoli.
In particolare l’Iva al 4%: l’industria musicale dovrebbe prima dimostrare di meritarsi lo status di industria culturale, adottandone la politica dei prezzi (a cominciare dalle opere ad altissimo valore culturale come i Beatles, che invece continua a vendere a prezzo pieno), ma anche dell’accesso. Chiunque oggi sa che l’ultima delle preoccupazioni delle Major (e della quasi totalità degli indipendenti) è la qualità culturale dei propri prodotti; questo è perfettamente lecito (benché un po’ triste) nel mondo del commercio puro, ma impensabile per aziende che poi godono di un regime agevolato. Che invece proprio in questi giorni anche la Sony BMG chiede a gran voce – dimostrando scarsissimo buongusto e coscienza di sé.
Ma non vorrei essere distruttivo e basta. Allora ecco una proposta che potrebbe funzionare sia per la musica che, a maggior ragione, per la letteratura: dare incentivi a quegli artisti (qualsiasi genere essi facciano) che scelgano di essere completamente indipendenti dall’industria (includendo così automaticamente tutti gli esordienti) e adottino nuove strategie di contatto, relazione e commercio col proprio pubblico, dati facilmente dimostrabili nel 2006. Ma temo che al consorzio di etichette che propone l’incontro, questa proposta non piacerebbe affatto.

