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Scusate, chi frequenta questa pagina sa che qui non si parla di politica, non direttamente. Cercherò di non farlo neanche stavolta anche se temo che un pochino ce ne sarà, non vi arrabbiate. Comunque la pensiate vi sarete accorti che nel mondo si va affermando una tendenza fortemente neo-conservatrice, a qualcuno piace, a altri no ma mi pare un dato incontrovertibile. Parte delle nuove strategie di questi politici consiste nello smantellare leggi, provvedimenti e pratiche consolidate per “rinnovare, snellire, risparmiare” ma anche per eliminare cose che vengono considerate superflue o perfino dannose: enti, istituzioni, parti della burocrazia, centri di potere culturale e via dicendo. Lo fa Trump negli USA, lo fa il nostro governo. Non voglio discutere se queste politiche siano giuste o sbagliate, ognuno la pensa come crede – finché ci sarà permesso. Il punto è un altro: che c’entra tutto questo con Rumore?

Una delle funzioni della cultura Pop dal dopoguerra in poi è stata di trasportare delle idee, delle etiche, dei comportamenti. Un buon esempio è il pacifismo, ma potrei farne moltissimi altri. Quando negli anni ’60 sull’onda del conflitto in Vietnam scendono in piazza milioni di giovani per dissentire, lo fanno anche perché sono stati informati sulla situazione attraverso la musica. Quello che accomuna queste persone non è solo il ripudio della guerra: c’è tutto un universo di ideali e utopie (alcune delle quali sballate), una visione del mondo e del futuro. Moltissime delle grandi idee di fine secolo scorso sono nate in quel momento, da quel modo di pensare. L’ecologia per esempio, che esisteva già ma che è diventata centrale e nel tempo ha indotto profondi cambiamenti nel comportamento delle persone. L’attuale attenzione al cibo e alla sua naturalità pure viene da lì. Per non dire di Internet: l’idea che si basasse su una struttura aperta, condivisa e libera (i fattori fondamentali che ne hanno determinato la diffusione) nasce proprio dalla controcultura. Non è un caso che molti dei primi visionari della tecnologia digitale siano cresciuti nello spirito degli anni ’60. L’esempio classico è Steve Jobs (perfino consumatore di LSD) ma la lista è lunga.

Da sempre la musica Pop è stata un luogo accogliente per le minoranze, ne scrivevo il mese scorso a proposito delle comunità LGBTQ+. Ma il discorso è molto più ampio e complesso, e non riguarda solo l’orientamento sessuale: emarginati, disadattati di ogni tipo, autistici non diagnosticati, irregolari, donne indomite, gente con un talento grande quanto il proprio disagio – li conoscete tutti, e molti vi piacciono (Attenzione: omosessualità e disagio mentale non hanno niente in comune, se non essere ambedue storicamente considerate irregolarità). Purtroppo negli ultimi anni questo aspetto è diventato preminente, e paradossalmente ridicolo. Mentre il disagio di Jan Curtis, assai evidente, era implicito nella sua poetica, oggi la prima cosa che un “artista” ci comunica è la natura del suo problema: mi bullizzavano, ho l’ADHD. Però è innegabile che generi come il Punk, la Disco, la cultura Rave/Techno o l’Industrial siano stati anche zone rifugio per menti e comportamenti assai irregolari. Mentre scrivo cerco di compilare a mente una lista di artisti Pop a vario titolo appartenenti a questa categoria ma mi pare più semplice fare il contrario: forse gli ABBA non avevano disagi, ma quasi sicuramente mi sbaglio. C’è un ulteriore aspetto che ci riguarda, e cioè la “sperimentazione”. Mi riferisco a tutte quelle forme di espressione che battono territori inesplorati, che immaginano e ricercano (talvolta senza trovare) nei luoghi più arditi della creatività. Nel teatro, nelle arti digitali ma anche musica, cinema e radio. Esperimenti a volte costosi, spesso finanziati con soldi pubblici (e notoriamente in certi casi oggetto di clientelismi medievali) che però sono spesso stati laboratori di idee, talenti e scenari futuri. L’esempio insuperabile in Italia è Carmelo Bene.

Tutta questa cultura, e la società cresciuta coi suoi valori, oggi viene messa in discussione, dal pacifismo all’ecologia (definite “utopie hippie”), dalla controcultura (punita, emarginata e ridicolizzata) alla sperimentazione: roba da ricchi radical chic. Perché buttare soldi pubblici per studiare minoranze etniche o orientamenti sessuali, finanziare artisti oscuri, produrre musiche noiosissime o costose opere teatrali innovative che piacciono a quattro gatti quando abbiamo Goldoni e Eduardo, Mogol e Tozzi? Perché investire nel nuovo o nel diverso? Decida il pubblico (cioè il mercato) cosa piace. Il problema che intravedo non riguarda noi ma chi verrà dopo. Perché se è vero che senza Stockhausen (i cui lavori fondamentali sono stati prodotti dalla WDR, radio pubblica tedesca) non ci sarebbero stati i Kraftwerk, senza di loro non esisteva l’Electro, poi la Techno e via dicendo, per i nostri figli chi ci sarà? Il nipote di Fiorello?

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