Non Dario

Trattengo da giorni un oceano di dispiacere, un mare di lacrime che mi riservo di spendere negli anni che mi restano. Giovedì scorso è morto Dario Parisini, mio fratello da genitori diversi. Ci siamo conosciuti nei primi anni ’90 quando, credo su suo input, uscì una collaborazione dal vivo coi Disciplinatha, leggendaria band bolognese di cui Dario era l’ideologo principale, il chitarrista e pure il grafico. Complice un intreccio amoroso con Roberta (bassista della band) e l’affetto nato con gli altri, negli anni successivi ci siamo intrecciati in vario modo: abbiamo perfino fatto qualche data nella quale suonavamo insieme il mio Mulino Bianco, e nel mio album Inaudito del ’96 c’è una cover di un loro brano, Lontano Scintillante, con la voce di Valeria Cevolani.

Ma con Dario c’era un amore speciale: menti simili, umorismo affine, intendersi al volo su concetti estremi e pericolosi, disprezzo dell’ovvietà. Ogni volta (ci vedevamo poco per questioni geografiche) era una festa dell’affinità e della complicità, dell’affetto (quello solido dei vecchi punk) e del piacere reciproco della compresenza. Abbiamo anche fatto un brano insieme per celebrare un altro comune amico appena scomparso, Stefano DRad Facchielli, del quale abbiamo completato insieme una traccia che ho scelto senza ascoltare. Superbia & Sagacia (titolo del file incompiuto di Stefano) mi sembrava il titolo perfetto per un duo Parisini-Messina. Dario era un musicista fuori dall’ordinario, insieme istintivo ai limiti dell’infantile e sofisticatissimo, suonava come un domatore di bestie feroci tirando fuori dalla chitarra del gran sentimento, una pacca notevolissima ma anche delle sfumature imprevedibili. Inoltre, come ricordava Mimì dei Massimo Volume in un post sui social, il palco era proprio casa sua.

Al suo funerale c’era il tutto esaurito, solo posti in piedi. Non mi sorprende, Dario aveva una qualità che gli ho invidiato molto: pur essendo estremo e talvolta angoloso come me sapeva farsi volere del gran bene, e negli anni mi è capitato molte volte di vedere facce illuminarsi quando lo nominavo. Dario lascia un buco che non si riempie, che non finisce mai perché un altro uomo così non c’è. E strapparsene è uno strazio senza fine – come scrivere questo post, ma infinitamente di più. Un grande abbraccio alle sue molte famiglie che ho rabbracciato sabato, che come e più di me lo piangono.