Qualche giorno fa se n’è andato un grandissimo, Richie Havens. Ovviamente come tutto il resto del mondo anch’io l’ho scoperto con la sua furibonda performance di Woodstock. Però Forse non tutti sanno che™: a Havens fu chiesto di aprire il festival perché chi doveva farlo non era arrivato. Suonò per oltre due ore esaurendo il suo repertorio. A quel punto iniziò a improvvisare – sì, improvvisare sul palco (davanti a cinquecentomila persone), e non lunghe jam ma canzoni. Motherless Child è un antico canto afroamericano; Freedom ne è una sorta di variazione, appunto un’improvvisazione su quel tema. La canzone parte dall’originale per poi svilupparsi perfettamente, con strofa, ritornello e un bell’extra finale (che inizia con “clap your hands”. L’inquadratura va sulla folla e si nota che all’epoca sapevano ancora battere le mani: solo sul due e sul quattro e non su tutti i quarti, come si usa nei nostri tempi barbari). E’ tutto perfetto, le melodie, il testo, la chitarra micidiale e perfino quando alla fine se ne va suonando – e si sente che era lui a reggere davvero la ritmica. Insomma non un one hit man, benché Freedom sia stata davvero la sua unica hit (provvidenziale, che a guardarlo stava messo male), ma colui che ci ha regalato, grazie al film, l’occasione irripetibile di assistere a qualcosa, una creazione artistica estemporanea e perfetta, che oggi è assai raro (ma che invece forse una volta era comune). Grazie Richie, di tutto.

