Con tutto il bene che gli voglio, Internet a volte imbarazza un po’. Stamattina terremoto al Nord (io sono a Milano, al terzo piano, la prima scossa mi ha svegliato: botta forte. Alla seconda, verso l’una, mi sono vestito – che non si sa mai). Panico generalizzato (qui hanno evacuato il palazzo della Regione), ansia, edizioni straordinarie, altri morti. Su Facebook le reazioni erano di due generi: terrore, paura, incredulità (specie nei messaggi dalle zone colpite più forte) e naturalmente vagoni di solidarietà.
Che è certamente una bella cosa. Se vivi in una zona sicura (come anche Milano, a parte un paio di scossette), ovviamente ti scatta la solidarietà; anche per l’agitazione, la voglia di partecipare, la vicinanza che si sente con chi traballa da giorni – o peggio. Però ripubblicare all’infinito la lista degli hotel che ospitano gli sfollati, o i numeri d’emergenza dei vari comuni colpiti, davvero non serve a niente, e basta un attimo per capirlo: se vi crollasse la casa, andreste su Facebook a cercare chi chiamare o dove andare? Aprire le reti Wi-fi (per favorire le comunicazioni) è un’ottima idea, ma non se abiti a Napoli: puoi anche aprirla (che fa sempre bene) ma non servirà.
Ma allora non si può fare niente? Come no: si possono chiamare gli amici che abitano nelle zone colpite, si può fare una donazione, si possono invitare persone sfollate a casa propria (anche se di solito nessuno vuole spostarsi) e mille altre cose pratiche. Poi ovviamente si possono pubblicare su Facebook generiche attestazioni di vicinanza con le popolazioni colpite, che vanno benissimo e probabilmente confortano – specie se scritte con parole proprie. Invece spesso l’impressione è: “Ho condiviso il numero verde della protezione civile di Modena, e anche per oggi ho fatto la mia parte per migliorare il mondo.”

