Terrorismo in India: ecco una brutta notizia, peggiore per me che ci sono stato un po’ e che ci voglio assolutamente tornare. Ma questo paese non è nuovo a violenze e morti, e la serie di attentati parrebbe assimilabile alle varie manifestazioni di violenza endemiche in un paese così variegato e tumultuoso. La prima rivendicazione infatti è di una nuova sigla indipendentista del Kashmir. Invece purtroppo non sembra essere attendibile. Le modalità degli attentati mi sembra ricordino troppo da vicino quelle del terrorismo globale. Una delle bombe è esplosa nel quartiere di Pahar Ganj, una zona di mercato ma anche di turisti, facendo 18 morti (il bilancio totale dei tre attentati simultanei è di 62). Si tratta di un posto pienissimo di gente, specialmente a ridosso di Diwali – grande festa induista paragonabile per magnitudo al nostro Natale. Lo so perché ero a Delhi durante il Diwali del 2002, e abitavo a pochi metri dal bazaar di Pahar Ganj (in una enclave quieta nel mezzo del marasma totale). Un posto in cui mettere una bomba vuol dire colpire nel mucchio: induisti, musulmani, buddhisti, turisti, kashmiri (la zona è piena delle loro botteghe) e ogni altra sorta di etnia che l’India conosca; a Pahar Ganj durante il Diwali ci vanno proprio tutti quanti. Insomma un disastro, come a Bali e a Sharm el Sheik, altri posti che campano di turismo. Con la differenza che mentre Indonesia e Egitto sono paesi governati in maniera quantomeno discutibile, l’India (benché assai imperfetta) è un posto dove comunque ognuno può dire ciò che pensa, dove c’è la libertà di stampa e di associazione, dove ci sono leggi per favorire l’accesso alle donne in politica (al contrario dell’Italia). E poi si dovrebbe sempre tenere a mente che parliamo di gente la cui esemplare lotta contro il colonialismo resta ancora oggi di ispirazione per tutta l’umanità.

