
Vivere fuori città sta trasformando i miei ritmi quotidiani, lavorativi e non, un bel po’ – in bene, direi. Passo molte meno ore al computer, ma sono ore molto produttive. L’uso del resto del tempo è soggetto a una variabile sconosciuta in città: il clima. Se il tempo è bello come oggi, molta parte del tempo si passa fuori, al sole: disbrigo posta e lettura online dei quotidiani, ma anche raccolta di legna piccola (che rubo in boschetti non miei), spaccamento di quella grossa (che compro al quintale), micro-management della terra davanti a casa, pulizie, ecc. Se invece piove o nevica, tutto muta: talpismo, libri, chitarra. Tutti qui fanno così, inclusi i gatti che abitano da me dai quali l’ho imparato. Capisco che nella società occidentale avanzata l’idea che se c’è brutto tempo tutto rallenti sia inapplicabile. Però corrisponde esattamente a come funziono io – meteoropatico da sempre. Quindi tra gli extralussi di abitare in montagna c’è anche questo interessante ricongiungimento cosmico con un ritmo a me più congeniale. Naturalmente la mia vita sociale non splende per ricchezza (anche se gli amici buoni hanno già imparato la strada). Ma aldilà dei simpatici e discreti vicini umani (tre, al momento), frequento con grande profitto l’accademia della felinezza, aka la gilda dei quattrozampe, aka i profeti del piccolettismo, aka snow leopard da giardino, aka maledette bestiacce: i tre gatti che abitano in cortile, che mantengo in esclusiva da settembre e dei quali, temo, vi parlerò ancora – trasformando questo blog in quello di una teenager gattinofila.
Nella foto: lo studio, il computer, la vista dallo studio, io, Piso.

