Sto partecipando alle assemblee degli occupanti di Macao/Torre Galfa a Milano, dove per adesso ascolto – con grande curiosità – le varie posizioni e proposte. La situazione è seria: sia quella di Macao (sgomberato ieri e al momento per strada, in quella che adesso si chiama Piazza Macao) che quella di Milano, dove 20 anni di normalizzazione hanno lasciato il segno. Le proposte sono note, almeno quelle del comune: uno spazio in centro (grande, bello, comodo) in cambio del rientro della protesta – e naturalmente della partecipazione a un bando, la regolarizzazione dei soggetti partecipanti (partite iva sì, collettivi no) e la successiva urbanizzazione dei processi della creatività. Macao ha coerentemente rifiutato (andando contro perfino al parere di Dario Fo, gran ciambellone del pensiero solito – rappresentato in piazza da un curioso avatar brizzolato, una sorta di profilo facebook vivente in contatto col divino).
Alla base dell’atteggiamento del comune c’è un equivoco. Dice il Pisa: “Mi avete tirato per la giacchetta, come avevo chiesto, e io sono qui a offrire soluzioni”. Personalmente non è esattamente questo che avevo in mente, e così mi pare per gli occupanti. Il messaggio non è mai stato “Occupiamo così poi ci danno uno spazio”. Il messaggio mi pare invece “Questa città è morta, non si sogna, non si progetta, ci si trascina tra un salone del mobile e l’altro: adesso basta”. E la giunta Pisa (per sua stessa ammissione) finora si è occupata di tutt’altro. Adesso viene fuori la non sorpresa: l’offerta dell’area ex-Ansaldo in cambio della legalizzazione, della normalizzazione. Un film già visto. A Milano abbiamo la Fabbrica del Vapore (un nome veramente omen), spazio assegnato attraverso un bando a “tutte quelle realtà che bla bla bla”. Un posto morto, dove ci succede pochissimo, pieno di creatività ammaestrata, di eventi corporate, ecc. L’ex-Ansaldo si avvia a diventare la seconda FdV.
L’altro film già visto è la Milano per bene (di sinistra e non) che chiede la legalità, lo sgombero, il ritorno alla normalità (si vede che gli piace così). Pisa non può ignorarli, sono i suoi elettori. Ed è qui, secondo me, il problema: la spinta verso gli estremi, la trasgressione alle regole, la riappropriazione creativa sono esigenze fondamentali, non capricci. E’ da questi contesti che nasce il nuovo, il bello, l’utile, il futuro – e esiste una storia quasi centenaria a dimostrarlo. Questa spinta non si può (e non si deve cercare di) inglobare. Ci puoi dialogare (come è già accaduto in passato), puoi scegliere di non impedirla ma non te la puoi accattare con dei metri quadri.
Come finisce la vicenda? Non saprei. Però, dopo vent’anni di morte, Macao mi pare già una vittoria. E non credo proprio che si fermerà: quando si assaggia la gioia dell’impossibile, il presente diventa insipido e non più accettabile.
PS: Dice “Ma tu sei il solito utopico, queste soluzioni non sono praticabili, sei il solito paradossale”. Scusate: io produco gran parte del mio reddito, e tutte le mie idee, praticando l’impossibile e immaginando delle utopie. La creatività funziona così, almeno la mia.


“quando si assaggia la gioia dell’impossibile, il presente diventa insipido e non più praticabile”
grazie per aver messo insieme le parole giuste per dirlo.
Maysa
ops, accettabile! :D