{"id":478,"date":"2004-12-15T16:51:52","date_gmt":"2004-12-15T14:51:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.radiogladio.it\/wm\/?p=478"},"modified":"2004-12-15T16:51:52","modified_gmt":"2004-12-15T14:51:52","slug":"indie-do-it-better","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/indie-do-it-better\/","title":{"rendered":"Indie do it better"},"content":{"rendered":"<p>(Testo freeware, scritto per il primo Meeting sulle Autoproduzioni, Bologna, il Cassero, 2005)<\/p>\n<p>La storia dell&#8217;autoproduzione musicale in Italia (e non solo) \u00e8 storicamente legata all&#8217;indipendenza dalle major, dalle loro politiche culturali e commerciali e dai loro metodi. Tranne in rari casi di grandi nomi diventati indipendenti, abitualmente a questa modalit\u00e0 si associano artisti giovani, di nicchia o, appunto, in qualche modo politicizzati. Questa situazione (vera almeno dagli anni &#8217;70 per la musica, e da prima ancora per l&#8217;editoria di libri) ha profondamente inciso sul complesso rapporto tra artisti indipendenti e movimenti, al punto che lo sviluppo di alcuni generi nemmeno tanto di nicchia, come l&#8217;hardcore punk, il rap italiano e certa dance pi\u00f9 radicale, si fa risalire anche storicamente a centri sociali e luoghi di aggregazione non ortodossi, legali o meno. E se da un lato si riconosce universalmente l&#8217;attenzione al nuovo da parte di questi posti (a tal punto che alcuni quotidiani, nelle pagine degli spettacoli, hanno un elenco di &#8220;Centri Sociali&#8221;) \u00e8 anche vero il contrario: gli artisti indipendenti, che autogestiscono la propria musica (e eventualmente il proprio successo) e fanno scelte pi\u00f9 coerenti (e a volte ideologiche) hanno un grande appeal per queste situazioni alternative, che operano con modalit\u00e0 simili. Inoltre esiste un know how necessario per operare nel mondo dell&#8217;editoria musicale e non solo; queste conoscenze sono facilmente reperibili nel circuito dei centri, dove circolano moltissime informazioni: chi stampa i dischi a meno, dove far fare le copertine, la Siae, etc. questo fino a ieri.<\/p>\n<p>Poi \u00e8 arrivata la rete, gli mp3, Napster ed \u00e8 cambiato tutto, per tutti. Molto rilevante in questo discorso \u00e8 il fatto che le modalit\u00e0 tipiche degli indipendenti (abbattimento dei costi, strategie promozionali creative, prezzo politico, ecc.) siano diventate quelle preferite dagli artisti emergenti che fino a ieri spedivano i demo alle major e poi aspettavano: siti ben fatti, canzoni in downloading gratuito, pagamenti elettronici, ecc., ma, a differenza delle indie, svincolati da qualsiasi presupposto politico. Questo fattore, che in se \u00e8 certamente negativo, in questo caso per\u00f2 \u00e8 anche il segno della bont\u00e0 della strada battuta negli anni scorsi, e della universale utilit\u00e0 di certe esperienze, e non mi pare poco. Quindi, al &#8220;produttore di contenuti&#8221; che conosce il valore del proprio lavoro e decide, per ragioni appunto anche politiche, come molti dei soggetti attivi nell&#8217;area degli &#8220;sperimentatori di copyright&#8221;, si affianca una figura che prima era pi\u00f9 distante &#8211; quella del musicista emergente &#8211; che invece di aspirare di accedere alle major (secondo un modello antico) si fa il suo sito, va a suonare, pratica l&#8217;e-commerce, insomma una via assai pi\u00f9 indie: \u00e8 il linguaggio che lui capisce, e il fatto di parlare la stessa lingua dei musicisti resta il vero valore aggiunto di molti indipendenti rispetto all&#8217;industria. Ovviamente la rete apre anche spazi di sperimentazione sociale e politica enormi; qui invece si parla di &#8220;business eco-sostenibile&#8221;.<\/p>\n<p>Dicevo che cambia tutto per tutti; iniziando dal basso ovviamente qualsiasi piccola band pu\u00f2 rendere disponibile il proprio materiale in rete, con un enorme abbattimento dei costi necessari alla ricerca di date (stampa di demo, di foto, di schede tecniche e rider, ecc), un fattore molto importante all&#8217;inizio, e ovviamente costruire una comunit\u00e0, fisica e digitale. Poi, per mille ragioni non tutte spregevoli, come la ricerca di una sponda creativa (ad esempio un produttore artistico), di conferme e di una generica crescita professionale, la band si cerca (o a volte viene cercata da) un&#8217;etichetta che distribuisca la sua musica. Uso un termine generico perch\u00e9 non \u00e8 detto che poi ne venga fuori un oggetto fisico: esistono oggi molte etichette (non meno esigenti delle altre) che pubblicano principalmente online e solo occasionalmente stampano CD o vinili, perlopi\u00f9 compilation. Molto spesso lo scopo di tutto questo resta di fare pi\u00f9 concerti (possibilmente pagati meglio), ma non \u00e8 detto: ci sono musicisti che fanno elettronica che non fanno mai concerti ma magari dei DJ set, che girano in un circuito diverso. Ma le etichette? Cosa ci guadagnano (presupponendo che la distribuzione online sia per la gran parte gratuita, come \u00e8)? Un fattore oggi decisivo \u00e8 la simultaneit\u00e0 globale della rete. Le sue dimensioni annullano il concetto di nicchia e consentono (e sempre di pi\u00f9 consentiranno) a chi pratica generi non mainstream di vivere onestamente del proprio lavoro; agli artisti, alle etichette e a tutto l&#8217;enorme indotto (dai locali alle radio ai fonici) che gira intorno al mercato indie. Gerald X Jupitter Larsen (http:\/\/www.jupitter-larsen.com\/) che fa musica veramente noise (coi trapani nel distorsore, per capirci) nel &#8217;92 mi disse che lui comunque sia aveva un suo circuito e che le sue 1.000\/1.500 copie di ogni album le vendeva (molte via posta, all&#8217;epoca), le sue 40 date l&#8217;anno se le faceva&#8230; Gi\u00e0 anni prima di Internet. Queste nuove piccole etichette oggi sono il front-line, l&#8217;unico punto di accesso al mondo della musica &#8220;allargato&#8221;. Come scrivo pi\u00f9 in basso credo che questi imprenditori (scusate la parola, originariamente bellissima ma molto inquinata) abbiano oggi enormi possibilit\u00e0 di applicare la propria creativit\u00e0 a quello che fanno. E se faranno bene il loro mestiere penso che molte di queste piccole realt\u00e0 possano in futuro autosostenersi. A differenza di qualche anno fa, oggi perfino le produzioni pi\u00f9 piccole possono godere di (quasi altrettanta) visibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Il livello successivo \u00e8 quello di artisti pi\u00f9 noti che per ragioni complesse (desiderio di indipendenza e di controllo totale del proprio lavoro, ottimizzazione dei ricavi, sensazione di essere stati gestiti male da una major, ecc.) diventano indipendenti. E&#8217; il caso di Elio e le Storie Tese e dei Casino Royale ma non solo. Qui \u00e8 tutto abbastanza ovvio; l&#8217;unica cosa che sfugge \u00e8 come mai non l&#8217;abbiano fatto prima. Tenendo conto che uno come Vasco, per esempio, potrebbe farlo anche senza Internet e il modello economico reggerebbe benissimo. Fattost\u00e0 che, come spesso succede, il comportamento degli utenti ha determinato un cambiamento, e molti artisti, per seguirlo, hanno dovuto scegliere l&#8217;indipendenza &#8211; e molti altri seguiranno.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il dato interessante. Oggi, a differenza di ieri, si sceglie di essere Indie non solo perch\u00e9 porta con se un&#8217;etica pi\u00f9 attraente e giusta, ma perch\u00e9, come dicevo all&#8217;inizio, \u00e8 meglio e conviene. La ragione di questo va cercata anche nella progressiva perdita di rilevanza dei servizi offerti agli artisti dalle grandi case discografiche. Negli ultimi anni erano limitati a (sempre meno) lauti anticipi e basta. Tant&#8217;\u00e8 che voci non confermabili parlano della chiusura dell&#8217; ufficio artistico di una delle quattro grandi multinazionali: non servirebbe pi\u00f9. Questo, alcuni grandi conflitti contrattuali con artisti di grido (come George Michael, che parl\u00f2 di &#8220;schiavit\u00f9 professionale&#8221;) e la scomposta reazione alla questione Napster hanno decretato la fine delle major come le conoscevamo. E&#8217; naturale quindi che per gli editori e produttori indipendenti si aprano ampi spazi. Costoro oggi hanno una grandissima opportunit\u00e0, offerta dalle tecnologie e dall&#8217;abbattimento dei costi di produzione. Molti hanno gi\u00e0 colto e stanno cogliendo questa occasione, col risultato che certi generi (come l&#8217;elettronica o la dance, ma non solo) sono sostanzialmente in mano a degli indie. Questo di per se non \u00e8 una garanzia: ci sono indie eticamente ripugnanti quanto e pi\u00f9 delle major. Quantomeno per\u00f2 \u00e8 il segno dello sblocco di una situazione che \u00e8 stata incriccata per anni. Tra le grandi aree ancora inesplorate per le nuove Indie (soprattutto quelle che producono musica elettronica, i cui costi di produzione sono quasi zero) ci sono, per esempio:<\/p>\n<p>*) Le nuove pratiche di diffusione e promozione dei propri prodotti musicali; molto \u00e8 stato fatto ma moltissimo \u00e8 ancora da sperimentare e le possibilit\u00e0 sono veramente infinite. Il dato interessante \u00e8 che alcuni tra i pi\u00f9 giovani (anche politicizzati) praticano con grande naturalezza (e forse incoscienza) tecniche sofisticate di marketing con risultati straordinari.<\/p>\n<p>*) Quello che io chiamo il remix delle modalit\u00e0; usare dei metodi di un settore applicati ad un altro: musica shareware o paperback, compilation di programmi radiofonici, remix di immagini&#8230; le possibilit\u00e0 sono infinite e i costi sempre pi\u00f9 bassi.<\/p>\n<p>*) La creazione di media specifici (radio, tv, webzine etc.) e di oggetti originali per i nuovi mezzi digitali (Internet, dvd, flash, ecc.); nuove forme di aggregazione di contenuti sulla base di contenuti nuovi e innovativi.<\/p>\n<p>*) Il recupero di un lavoro di produzione artistica &#8220;pura&#8221; (e non applicata alla fabbricazione di hit), favorendo l&#8217;incontro di artisti diversi, magari di discipline distanti, e la crescita creativa. Un lavoro fatto di rado in Italia ma che ha sempre dato risultati di rilievo.<\/p>\n<p>Da notare che nessuno di questi esempi \u00e8 disinvoltamente praticabile da una major (vincolate da mille modelli produttivi preistorici), quindi gli indipendenti hanno totale campo libero (e tutta la responsabilit\u00e0 di realizzarli).<\/p>\n<p>E&#8217; naturale che si debba sempre dare credito a quelle realt\u00e0 sociali e politiche come I centri, ma anche siti come Isole o Inventati\/autistici.org, oltre che a quei soggetti che hanno praticato queste modalit\u00e0 negli anni passati (come Stampalternativa o il Leoncavallo, per fare solo due nomi), di aver aperto una strada. E&#8217; importante non perdere questa memoria, oggi che queste soluzioni sono diventate sensate per tutti. Bisogna per\u00f2 anche comprendere che, essendo diventata praticabile e conveniente per quasi tutti, \u00e8 naturale che sempre meno si assocer\u00e0 l&#8217;indipendenza ad una visione diversa del mondo, e che invece sempre pi\u00f9 indipendenti saranno diversi da noi (come sta succedendo con le questioni sul copyright). Star\u00e0 quindi a noi saper distinguere la nostra offerta dalle altre. Stavolta, per\u00f2, ad armi (quasi) pari &#8211; e sapendo di esserci da ben prima.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Testo freeware, scritto per il primo Meeting sulle Autoproduzioni, Bologna, il Cassero, 2005) La storia dell&#8217;autoproduzione musicale in Italia (e non solo) \u00e8 storicamente legata all&#8217;indipendenza dalle major, dalle loro politiche culturali e commerciali e dai loro metodi. 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