{"id":276,"date":"2008-09-04T23:29:23","date_gmt":"2008-09-04T21:29:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.radiogladio.it\/avvisi\/2008\/09\/04\/la-fuga-dei-cuori\/"},"modified":"2008-09-04T23:29:23","modified_gmt":"2008-09-04T21:29:23","slug":"la-fuga-dei-cuori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/la-fuga-dei-cuori\/","title":{"rendered":"La fuga dei cuori"},"content":{"rendered":"<p>Come forse sapete, se siete affezionati lettori di questa pagina, sto progressivamente spostando il baricentro della mia attivit\u00e0 lavorativa (e quindi creativa) fuori dall&#8217;Italia, ho iniziato a produrre in lingua inglese e &#8211; in prospettiva &#8211; conto di levarmi dalle palle. Naturalmente ho sentimenti molto alterni rispetto a questo passo, dall&#8217;euforia ai sensi di colpa, alla rinnovata convinzione (ogni volta che guardo un telegiornale) che sia proprio ora di andarsene. Avendoci quasi 50 anni (fatemi gli auguri, questo mese ne compio 49) ovviamente vivo questa scelta anche come una sconfitta: la mia generazione, vista da fuori, fa orrore quanto le precedenti, e non sembriamo essere riusciti a fare una differenza. Siamo scarsi come genitori, come cittadini, come imprenditori&#8230; Siamo uguali alla generazione precedente, che ci pareva orrenda e dalla quale speravamo davvero di distinguerci.<\/p>\n<p>Confesso che viceversa ho un debole per le generazioni successive alla mia, e quindi probabilmente anche la vostra. Mi sembrano meno pesanti, meno ancorate a idee e concetti un po&#8217; antichi e molto pi\u00f9 disinvolte, almeno di me, nel pensare &#8211; e perfino nello stare al mondo. La leggerezza pu\u00f2 essere una grande dote, che purtroppo mi manca, e una maniera saggia di veleggiare la vita. Oh, naturalmente queste sono considerazioni generali, poi ognuno fa caso a parte: io e Dario Franceschini, il vice di Veltroni, siamo praticamente coetanei ma la somiglianza finisce li.<\/p>\n<p>Un buon esempio di bella leggerezza nel vivere riguarda proprio questa questione dell&#8217;andarsene dall&#8217;Italia. Prendete me: sono mesi che strillo e strepito, che non ci dormo la notte, che mi rode proprio di dovermene andare ma che mi sembra di non poter fare altrimenti (e infatti vado). Moltissima gente che conosco, invece, ha semplicemente preso ed \u00e8 andata via, senza tante pugnette. Poi, se capita, qua in Italia ci viene anche, perfino a lavorare, ma ha semplicemente capito, prima e meglio di me, che qui non c&#8217;\u00e8 storia ed \u00e8 andata a fare la sua cosa altrove. Viaggiando, specie per motivi di lavoro, ne incontro moltissimi. Sono svegli, bravi e preparati, lavorano benissimo &#8211; a volte in maniera sublime. In Olanda ce n&#8217;\u00e8 un bel po&#8217;, ma anche in Germania o a Londra (e, immagino, negli USA): alcuni perfettamente mimetizzati, mentre altri sono e resteranno italo-qualcosa a vita. Ma non \u00e8 cos\u00ec importante: fanno bene quello che fanno, e questo conta molto.<\/p>\n<p>Come dite? Rubbia e Levi Montalcini? La &#8220;fuga dei cervelli&#8221;? No, io non parlo di scienziati. Quelli ce li siamo gi\u00e0 giocati e non mi sembra il caso di tornarci su. Io parlo di i musicisti, video-maker, programmatori coi controfiocchi, ma anche fonici, produttori di installazioni, radio-artisti o illustratori eccentrici. Di tutta una fetta di &#8220;creativit\u00e0 italiana&#8221;, in certi casi la migliore, che qui &#8211; se ha culo e contatti &#8211; pu\u00f2 giusto sperare di fare allestimenti per mobilifici brianzoli durante la settimana del mobile (l&#8217;unico evento culturale milanese superstite), o siti web per bevande riprovevoli. Di una o due generazioni di teste che, silenziosamente ma sempre pi\u00f9 frequentemente, si sono spostate altrove. E se fino a qualche anno fa bisognava spostarsi fisicamente, oggi la cosa pu\u00f2 essere completamente invisibile e virtuale, ma non meno vera e dolorosa per noi italiani.<\/p>\n<p>L&#8217;esempio perfetto \u00e8 proprio la musica: spesso si gioisce quando una band italiana ha un contratto con un&#8217;etichetta (major o indipendente) straniera; lo consideriamo un segno di distinzione. Per come la vedo io lo \u00e8, ma a nostro discapito: il bello sarebbe se quella band avesse potuto avere un contratto in Italia con qualcuno che poi distribuisce nel mondo. Non solo in questa maniera i proventi resterebbero qui, ma questo trainerebbe tutta la scena, che invece mi pare sempre pi\u00f9 arida. Insomma, mentre tutti ci addoloriamo (giustamente) per la fuga dei cervelli, mi sembra che ce ne sia stata anche un&#8217;altra di fuga, molto meno visibile ma non meno grave: quella di alcune belle anime, cuori impavidi e cape funzionanti, verso lidi creativi pi\u00f9 fecondi. Buon per loro, certamente; assai meno per chi, poveraccio, &#8220;\u00e8 nato e morto qua&#8221; (cit.).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come forse sapete, se siete affezionati lettori di questa pagina, sto progressivamente spostando il baricentro della mia attivit\u00e0 lavorativa (e quindi creativa) fuori dall&#8217;Italia, ho iniziato a produrre in lingua inglese e &#8211; in prospettiva &#8211; conto di levarmi dalle palle. 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