{"id":1929,"date":"2024-12-16T14:20:05","date_gmt":"2024-12-16T12:20:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/?p=1929"},"modified":"2025-10-16T14:20:51","modified_gmt":"2025-10-16T12:20:51","slug":"pronto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/pronto\/","title":{"rendered":"Pronto"},"content":{"rendered":"<p>Nella mia famiglia abbiamo fatto salti generazionali piuttosto lunghi: tra mia madre e i suoi genitori (nati a fine &#8216;800) c&#8217;erano circa 30 anni (molti per l&#8217;epoca), tra mia madre e me ce n&#8217;erano 40 tondi. Questo fatto mi ha permesso di osservare alcuni passaggi epocali da vicino e di ascoltarne le storie direttamente da chi le ha vissute. Un esercizio spesso divertente e utile per capire il passato &#8211; e a volte perfino il futuro.<\/p>\n<p>Dai Messina, emigrati a Roma durante la prima guerra mondiale, il telefono arriv\u00f2 diversi anni dopo. Un cambiamento epocale, accolto con entusiasmo dai figli e da mio nonno ma non dalla nonna, profondamente tradizionalista. Per lei era un&#8217;assoluta invasione della privacy domestica, una tecnologia schiavizzante che la obbligava a essere &#8220;pronta&#8221; senza alcun preavviso: intollerabile. La sua vita sociale era infatti regolata secondo uno schema forse immutato dalla preistoria: incontrava le amiche durante la settimana e si prendevano accordi per la formalissima, irrinunciabile visita della domenica pomeriggio. Che avveniva sempre e comunque in qualsiasi caso, quindi non aveva bisogno di una telefonata di conferma o tantomeno di disdetta. Ho trovato esempi di un atteggiamento simile in un libro sulla storia del telefono: pare che all&#8217;inizio i ricchi lo facessero installare nella zona dei domestici, e qualcuno addirittura delegasse loro le comunicazioni, stile messaggero medievale. Mia madre invece ne era assolutamente entusiasta, con un ardore che mi \u00e8 sempre sembrato esagerato. Passava ore, pomeriggi al telefono, e tra i suoi oggetti pi\u00f9 cari c&#8217;era una prolunga infinita che le permetteva di rendere domesticamente portatile l&#8217;apparecchio e girovagare per casa mentre chiacchierava: per lei che non amava uscire, sostituiva perfettamente la presenza fisica.<\/p>\n<p>Forse anche per questo non ho mai avuto un rapporto tanto stretto col telefono. Certo, durante l&#8217;adolescenza ne ho abusato anche io, ma oggi una telefonata di un&#8217;ora mi sfianca totalmente: un pivello, secondo gli standard materni. Come molti miei coetanei ho attraversato le varie fasi di questa tecnologia: il cordless, la segreteria telefonica (s\u00ec, coi messaggi &#8220;creativi&#8221;, lo confesso), il fax, il leggendario Videotel e alla fine pure il modem, lo scatoletto rumoroso che consentiva di collegarsi a Internet. Poi a un certo punto, intorno ai 35 anni, mi sono comprato un cellulare; non subito (non sono mai stato ricco e all&#8217;inizio il giocattolo era costosissimo) ma senza alcuna resistenza: ho capito subito che si trattava di uno strumento potenzialmente utilissimo. Non cos\u00ec mia madre: &#8220;Mica faccio il medico, perch\u00e9 devo essere reperibile sempre e ovunque? Se non mi trovano richiameranno&#8221;. Quindi per lei il telefono era una tecnologia domestica, e il tempo trascorso altrove non necessitava di una connessione costante. Solo da anziana ha capito che magari poteva esserle utile, tra l&#8217;altro era un&#8217;automobilista estrema e spesso guidava di notte. Ma non rispondeva mai: tornava a casa e richiamava dal fisso. Nel frattempo ho preso il primo di una serie di smartphone, \u00e8 arrivata l&#8217;era dell&#8217;always on (traducibile con &#8220;pronto sempre&#8221;) e oggi alcune app sono diventate necessarie &#8211; com&#8217;\u00e8 capitato a molti di noi.<\/p>\n<p>Per\u00f2 sono abbastanza antico da ricordare una sensazione poderosa. Ho sempre amato viaggiare: viaggi solitari, lunghi, in posti lontani e a volte difficili. Uno dei problemi era proprio comunicare con casa, far sapere a una mamma iper-apprensiva che stavo bene. A volte era un calvario: negli anni &#8217;80 per chiamare dall&#8217;India bisognava andare al posto telefonico pubblico, prenotare una chiamata internazionale, mettersi comodi e attendere &#8211; talvolta delle ore. Da certi paesi non si telefonava, toccava spedire telegrammi: tutto bene stop. Un disastro, ma con una consolazione: fatta la telefonata, spedito il telegramma tornavo a essere altrove, libero di restarci fino alla chiamata successiva. Essere altrove \u00e8 un&#8217;esperienza intensa, una condizione insieme geografica e psichica, l&#8217;ambiguit\u00e0 linguistica lo spiega bene. Specie se si \u00e8 da soli il viaggio \u00e8 un cambiamento mentale, uno stato di &#8220;altro da s\u00e9&#8221;, un s\u00e9 che si pu\u00f2 lasciare in aeroporto all&#8217;arrivo e ritirare quando si riparte. Un&#8217;esperienza molto forte, talvolta terrificante e spesso vertiginosa che per\u00f2 temo venga neutralizzata dal telefono che squilla e le notifiche a pioggia. Ovviamente non sottovaluto i vantaggi del viaggiare connessi, l&#8217;ho fatto e so che sono immensi. Mi chiedo per\u00f2 se la telefonata di lavoro (magari anche utile) o il messaggio sul gruppo del condominio non interferiscano col giocare con dei bambini che non parlano la tua lingua, perdersi tra delle rovine o conversare con uno sconosciuto sul senso della vita, un viaggiare spaziale che certe volte diventa anche interiore. Insomma disturbino quell&#8217;essere diverso, talvolta alieno e quasi mai pronto che si diventa quando si \u00e8 altrove. Mannaggia: invecchiando sono diventato mia nonna.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella mia famiglia abbiamo fatto salti generazionali piuttosto lunghi: tra mia madre e i suoi genitori (nati a fine &#8216;800) c&#8217;erano circa 30 anni (molti per l&#8217;epoca), tra mia madre e me ce n&#8217;erano 40 tondi. 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