{"id":1649,"date":"2021-09-17T17:14:50","date_gmt":"2021-09-17T15:14:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/?p=1649"},"modified":"2022-01-17T17:17:24","modified_gmt":"2022-01-17T15:17:24","slug":"giganti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/giganti\/","title":{"rendered":"Giganti"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft  wp-image-1650\" src=\"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/BL-921.jpg\" alt=\"fugs\" width=\"377\" height=\"381\" srcset=\"https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/BL-921.jpg 1584w, https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/BL-921-297x300.jpg 297w, https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/BL-921-1014x1024.jpg 1014w, https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/BL-921-768x776.jpg 768w, https:\/\/www.sergiomessina.com\/wm\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/BL-921-1521x1536.jpg 1521w\" sizes=\"auto, (max-width: 377px) 100vw, 377px\" \/>C&#8217;\u00e8 un&#8217;espressione inglese che mi piace molto: &#8220;Standing on the shoulders of giants&#8221;, stare in piedi sulle spalle dei giganti. Descrive molto bene come funzionano le culture: dalla filosofia all&#8217;arte fino alla scienza, nessuno inventa niente, si procede alzandosi sulle spalle dei giganti che sono venuti prima. Nella musica questo \u00e8 molto evidente, e ognuno di noi ha un proprio pantheon di giganti senza i quali non esisterebbe il genere che ama. Alcuni sono universalmente riconosciuti, altri lo sono nel proprio genere, qualcuno lo \u00e8 solo per pochi: abbiamo tutti le nostre fissazioni personali, no? Personalmente ho diversi giganti sulle cui spalle cerco di stare: scrittori come Hunter Thompson o William Burroughs, artisti come Joseph Beuys o Jenny Holzer, e ovviamente diversi musicisti. Qualcuno ovvio, altri meno: ho sempre voluto bene ai marginali, gli ostinati, i non curanti, quelli troppo occupati a fare per celebrarsi. Vorrei nominarne tre.<\/p>\n<p>Di Demetrio Stratos (scomparso a 34 anni nel 1979) si parla sempre troppo poco. Eppure \u00e8 stato uno dei musicisti pi\u00f9 colti, eclettici e virtuosi della storia italiana, che ha saputo andare dal Pop da classifica (<em>Pugni Chiusi<\/em> dei Ribelli resta un classico italiano anni &#8217;60) fino alla sperimentazione contemporanea: fu perfino invitato da John Cage a cantare in America. Ma naturalmente il nucleo centrale del suo lavoro \u00e8 quello svolto dal &#8217;72 in avanti con gli Area. Una band difficile perfino per gli anni &#8217;70, dove si coniugavano le molte fissazioni dei componenti (tutti tecnicamente bravissimi e assai poliedrici): il jazz-rock, l&#8217;avanguardia, il prog, l&#8217;improvvisazione radicale, la politica. Gli Area in quegli anni erano costantemente in tour, dai palasport alle fabbriche e scuole occupate, spesso gratis e sempre con un atteggiamento fortemente orizzontale nei confronti del proprio pubblico: biglietti bassi, dischi sensati, senso di vicinanza e complicit\u00e0. Oggi che ogni &#8220;artista&#8221; deve avere per forza un&#8217;opinione (perfino miserabile), mi piace ricordare Demetrio, pieno di talento e di idee illuminanti.<\/p>\n<p>Tuli Kupferberg (1923\/2010) appartiene a una categoria per me molto speciale: pionieri che hanno inventato molto di quello che sono oggi (e con me molti altri), e non lo fanno pesare. La sua bio sembra un romanzo: \u00e8 citato nel poema <em>Howl<\/em> di Allen Ginsberg (1955), una delle sorgenti, via Bob Dylan, della cultura pop contemporanea. Nel 1964 insieme a Ed Sanders fonda i Fugs, tra le band seminali della controcultura, che mischiava musica, poesia, attivismo, performance, satira e quello spirito degli anni &#8217;60 immaginato per primi proprio da loro. Il tutto sempre immerso in una nuvola di leggerezza, umorismo e consapevolezza che il mondo non si cambia stando sempre seri.<\/p>\n<p>Dentro Jon Hassell (morto lo scorso giugno a 84 anni) ci sono caduto a vent&#8217;anni e non ne sono mai pi\u00f9 uscito. Nella sua musica c&#8217;era molto di quello che mi interessava: il Raga indiano, l&#8217;elettronica, il senso dello spazio di La Monte Young o Terry Riley (Hassell in giovent\u00f9 ha collaborato con entrambi), l&#8217;idea del Quarto Mondo: una musica dove i folclori si intrecciano fino a formare un genere a se. Il suo tragitto creativo lo porta a incrociare molti musicisti pop. Innanzitutto Brian Eno, che si appropria delle sue idee offendendolo a morte; Eno ha poi cercato di discolparsi per anni ma chiunque possieda il primo disco di Hassell, <em>Vernal Equinox<\/em> (1977), sa come stanno le cose. Alcune sue perle adornano diversi brani altrui, dai Talking Heads a David Sylvian, ma si tratta di episodi. Perch\u00e9 Hassell \u00e8 sempre andato dritto, continuando a esplorare mondi, produrre dischi quantomeno interessanti (sempre coerenti e spesso sublimi) e evolversi nella direzione che gli sembrava migliore. Senza repackaging, revival, special guest (ci sarebbe stata la fila), ma sempre solo guardando avanti.<\/p>\n<p>Tre giganti sulle cui spalle, immeritatamente, tento di arrampicarmi ogni giorno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 un&#8217;espressione inglese che mi piace molto: &#8220;Standing on the shoulders of giants&#8221;, stare in piedi sulle spalle dei giganti. Descrive molto bene come funzionano le culture: dalla filosofia all&#8217;arte fino alla scienza, nessuno inventa niente, si procede alzandosi sulle spalle dei giganti che sono venuti prima. 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