Morte ai giovani!

Trovo immensamente irritanti i luoghi comuni sui giovani, ripetuti a vanvera da chiunque voglia apparire attento e lungimirante: largo ai giovani, i giovani sono il futuro, beata gioventù e via dicendo. Naturalmente queste frasi le declamano i non più giovani, e oggi che non lo sono più neanche io, ne posso apprezzare la spettacolare vacuità. Sarà che ho buona memoria, e mi ricordo benissimo la difficoltà di essere giovani in Italia: la scarsa credibilità, la sensazione di doversi mettere in fila, quelle frasi spregevoli con cui si apostrofano i ventenni. Frasi terribili, che rivelano tutta la spocchia nascosta dietro ai luoghi comuni: “So’ ragazzi, sognano”, “I giovani vogliono tutto”, “Un giorno capirete”… Se poi invece andiamo a vedere come si distribuiscono le responsabilità in questo paese, ci si accorge che la mitologia del giovane è assolutamente virtuale: da Napolitano a Monti, dal direttore della tua banca all’amministratore del tuo condominio, i giovani sono un miraggio. Con alcune eccezioni esilaranti come il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che sarà pure tecnicamente giovane ma è nato anziano: uno che a 26 anni era coordinatore locale della Margherita ha chiaramente la Sindrome di Matusalemme.

Come mai in Italia succede così mentre in altri paesi no? Di solito si tende a pensare a cause contingenti: c’è poco lavoro, scarsa mobilità sociale, la dinamica scuola/professioni funziona male, è difficile sottrarsi alla presa tentacolare della famiglia… Tutto vero, ma anche no: le autentiche ragioni di questa drammatica situazione mi sembrano altre. Innanzitutto il profondo, radicatissimo tradizionalismo della società italiana che non riesce a entrare non dico nel XXI° secolo ma nemmeno nel XX°, e resta ancorata a valori e comportamenti controproducenti e dannosi. Un esempio: il papà di Renzi era democristiano di professione, e così anche suo figlio. Come mai? Il giovane Matteo avrà sentito una attrazione irrefrenabile verso il centrismo? Come suo padre si sarà identificato coi grandi del pensiero DC come Sbardella e Forlani? O invece sarà come nel caso del mio dentista, che pianifica il suo ritiro lasciando studio e pazienti al figlio (che però magari di mestiere vorrebbe fare il sodomita)?

Ma la cosa più brutta che facciamo ai giovani in Italia mi pare un’altra: pensare di sapere cosa è meglio per loro – più di quanto lo possano sapere loro stessi. Un’idea ripugnante, feroce e inesorabile eppure comunissima, tanto da essere considerata ovvia e incontestabile. Chi si sottrae, e per fortuna sono sempre di più, viene bollato come ribelle, testardo e irresponsabile: “Il teatro? Mica è un mestiere. Divertiti finché sei giovane che poi devi crescere, trovarti un lavoro vero e farti una famiglia”. Hai voglia a spiegargli che la vita è tua, che il lavoro vero (aka impiego fisso) ti fa orrore, che magari sei gay: sei giovane e, beato te, non capisci un cazzo. Infatti non hai ancora capito che la vita è sofferenza e compromesso, che non si può volere tutto e che il segreto è di sapersi accontentare di quello che si ha.

Da persona quasi anziana vi rivelo un segreto: non è vero, ma proprio per niente. La vita è sofferenza se uno si incarca, si adatta a tutto e sente di non poter sfuggire al proprio destino. La vera miseria è pensare che la ricerca della felicità sia un fatto oggettivo, uguale per tutti: una casa, una famigliola, un lavoro sicuro, un cellulare pazzesco. Se queste cose ti rendono felice, allora vai tranquillo. Ma se invece immagini la tua vita in un altro modo, con altri valori, non è il caso di sentirsi in colpa ma invece di riflettere e reagire, programmare e quindi realizzare qualsiasi cosa ti sembri adeguata e degna. Col rischio di fallire, certo, ma anche il contrario (e se non provi non lo saprai mai). E a chi ti dice “Sei giovane, un giorno capirai” puoi rispondere a scelta “Sei vecchio, e se non hai capito ancora forse non capirai mai”, o anche semplicemente “Grazie, arrivederci”.

Nella foto: Alberto Angela, erede (foto di Dmitry Rozhkov)