{"id":9574,"date":"2021-02-19T15:14:25","date_gmt":"2021-02-19T14:14:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.sergiomessina.com\/fosforo\/?p=9574"},"modified":"2021-02-19T15:14:25","modified_gmt":"2021-02-19T14:14:25","slug":"cosa-penso-di-te","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sergiomessina.com\/fosforo\/archives\/9574","title":{"rendered":"Cosa penso di te"},"content":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 un aspetto che a me pare centrale nella comunicazione mediatica (in senso ampio), e a cui ho sempre badato molto sia come comunicante che come comunicato. Si tratta di una questione apparentemente semplice, riassunta in una domanda: cosa pensa di me chi mi parla (a voce, per iscritto, in classe, alla Radio, sui giornali, ecc.)? E ovviamente, facendo a mia volta comunicazione, c&#8217;\u00e8 anche la domanda inversa: cosa penso dei miei lettori? Che relazione ho con chi mi ascolta?<\/p>\n<p>\u00c8 una cosa a cui bado molto, spesso con fastidio. Talvolta sono piccoli indizi: per molti anni ogni volta che la Televisione diceva <em>Spread<\/em> si sentiva in dovere di aggiungere: &#8220;La differenza di rendimento tra i nostri titoli e i Bund tedeschi&#8221;. Un indizio chiarissimo dell&#8217;idea che la Tv ha di me: uno che non sa cosa sia lo Spread. Dice: ma tu sei colto, mentre la media degli ascoltatori no. Al netto del fatto che dopo qualche mese che glielo ripeti chiunque ha capito cos&#8217;\u00e8 (e chi non l&#8217;ha capito non lo capir\u00e0), l&#8217;idea che chi ascolta sia una persona &#8220;inferiore&#8221; pervade molta della comunicazione, almeno quella italiana. Non \u00e8 solo lo Spread: spesso quando parla un &#8220;esperto&#8221; (scienziato, professore, studioso, ecc.) viene poi decodificato da un &#8220;mediatore&#8221; che spiega a noi fessi, prendendoci per la manina, cos&#8217;ha detto il Maestro. Uso questo termine apposta, essendo <em>Maestri<\/em> su Rai Storia l&#8217;ennesimo spiacevole esempio di questa stortura.<\/p>\n<p>Ma non si tratta solo di cultura: ormai questo atteggiamento pervade l&#8217;universo della comunicazione &#8211; spesso con effetti irritanti. Sappiamo tutti che sui Social siamo in una bolla, su alcuni pi\u00f9 che su altri ma sempre bolla \u00e8. Se Tizio (non faccio nomi che sono tutti permalosi), beniamino della sinistra e detestato dalla destra, fa un proclama contro la violenza sulle donne su Twitter, come devo interpretarlo? Chiaramente non si rivolge a me o ai suoi fedeli follower, che saranno virtuosi come lui. O no? Come sappiamo da decenni, <em>Il Medium \u00e8 il Messaggio<\/em>, quindi \u00e8 innanzitutto Tizio che parla. Chi lo ama lo segue, chi lo detesta lo sfotte. Poi c&#8217;\u00e8 il contenuto, che a me pare completamente inutile: qualcuno smetter\u00e0 di essere violento perch\u00e9 gliel&#8217;ha detto Tizio? Sinceramente non credo. Anche perch\u00e9 Tizio pensa di parlare a della gente brutta, a cui parla dall&#8217;alto della sua statura morale e culturale: tutto sbagliato. (Attenzione: battersi contro la violenza di genere \u00e8 sacrosanto &#8211; con ogni mezzo necessario. Per\u00f2 fare dei proclami generici sui Social non mi pare n\u00e9 utile n\u00e9 limpidissimo.)<\/p>\n<p>Fateci caso: la Radio, la Tv, i Giornali, i Social dei VIP sembrano spesso dei balconcini di saccenti, che dicono ovviet\u00e0 per captare la benevolenza di chi concorda, talmente preso dalla foga di concordare che non si accorge di essere trattato come un bambino lievemente tonto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;\u00e8 un aspetto che a me pare centrale nella comunicazione mediatica (in senso ampio), e a cui ho sempre badato molto sia come comunicante che come comunicato. 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