Africanizm

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Seku Djabate (personaggio piuttosto noto a Roma, grande esperto di musica africana e conduttore di un programma su Radio Città Futura. Non solo; su internet trovo traccia di questa iniziativa: “I ragazzi, accompagnati dalle insegnanti, potranno visitare la moschea di Roma con la guida di Sekou Diabate.” Seku infatti è laureato in teologia all’Università di Al Azhar in Egitto). Conosco Seku da vent’anni; voleva fare con me un bilancio sulla diffusione della musica africana in Italia alla quale abbiamo ambedue contribuito. Abbiamo convenuto che, passata la moda, dell’interesse per la cultura che ci sta dietro è rimasto poco.

Ma c’è stata una riflessione che mi sembra utile sulle ragioni per cui la suonavamo in radio e in discoteca (a Roma con Marco Boccitto e pochi altri). Non c’era nessuna motivazione politica o di riscatto sociale. Certo che conoscevamo queste ragioni, ma erano ampiamente superate dalla qualità assoluta della musica – probabilmente la migliore di quegli anni: metteva insieme l’energia del Funk e l’estasi della Trance. Cosa resta oggi di quella musica? Moltissimo: la migliore House in circolazione oggi usa ancora come propulsione quelle ritmiche. La cultura invece è andata persa – per noi, gli africani conoscono bene la differenza. Quella cultura in grado di inventare capolavori di sostanza e da ballo (impresa quasi impossibile per i bianchi) come questo.