Ammazza, che grazia

Studiare le ragioni per cui una canzone piace è un compito altissimo e difficilissimo a cui si dedica un tipo speciale di studioso chiamato musicologo. Fattostà che c’è n’è una che sembra piacere a molti per ragioni che trascendono il gusto; si intitola Amazing Grace ed è un inno religioso, anche se non si conosce esattamente l’origine della melodia (mentre il testo è di un mistico settecentesco inglese). Ed è proprio la melodia ad essere sorprendente: semplicissima, composta di due parti simili che si susseguono, eppure efficace in un modo quasi soprannaturale – in qualsiasi versione. Eccovene alcune: la prima è dritta e serve a sentire come fa (sicuramente la conoscete). La seconda potrebbe essere un’ipotesi sulle sue origini: una versioncina per cornamusa (plasticòfona) in cui si capisce che funziona anche senza armonia, con una nota fissa come sottofondo. E la terza è la versione gospel, blues, insomma black: una eccellente esecuzione per piano acustico (sono tutti file MIDI).

Naturalmente esistono migliaia di versioni di questa canzone. Tra le più belle quelle di Mahalia Jackson e poi quella di Aretha Franklin (che ha pubblicato un album davvero incredibile con quel titolo nel ’70) dal vivo, che dura oltre dieci minuti e ti pare di dover chiamare i pompieri. La versione di Ray Charles è, manco a dirlo, furibonda (benché troppo violinoide) e anche quella di Elvis, più country-gospel (in 3/4, a valzer lento), funziona a meraviglia. Ecco un raro caso in cui sono d’accordo con la maggioranza e, pur rispettando le opinioni discordanti, sottoscrivo appieno la definizione di “più bella melodia mai sentita”