Vero per davvero

Tra fake news, social media imbizzarriti e informazione “ufficiale” sempre più sponsorizzata, oggi il concetto di verità mi pare profondamente in crisi. E posso capire come mai sempre più persone tendano a credere a cose apparentemente improbabili, dagli alieni sulla terra al latte cancerogeno, dai vaccini alle scie chimiche. Non si tratta di una novità, anzi: l’indimenticabile libro Astronavi Sulla Preistoria, dell’italianissimo Peter Kolosimo, esce nel 1972 – ben prima di Facebook. Naturalmente la rete amplifica, moltiplica, rimbomba (perché ci si parla sempre tra simili) e talvolta rintrona. Le domande però restano inevase: I Maya conoscevano gli alieni? Il Latte provoca il cancro? Esiste un capo segreto del mondo? E il controllo del clima? Tutte domande legittime, che richiedono risposte certe. Però, siccome l’informazione ufficiale è diretta dal capo del mondo, e Internet non è affidabile, informarsi non è semplice. Non è un caso che negli ultimi anni abbia sempre maggiore popolarità un genere, cinematografico, televisivo e online, che sembrerebbe risolvere proprio questo problema: il Documentario. Che non solo ti spiega come stanno le cose, ma te le fa vedere coi tuoi propri occhi, ti mette davanti le prove e ti racconta, oltre ogni ragionevole dubbio, la verità vera.

Non proprio. Da quando ne guardo, cioè fin da piccolo (nella mia infanzia il documentario tv era sempre esotico e antropologico), non ho mai visto un documentario privo di un punto di vista, di una tesi. Non sono nemmeno sicuro che sarebbe possibile: l’idea di un documentario nasce sempre da uno sguardo preciso. A volte questo meccanismo è palese, come nel caso dei film di Michael Moore: nessuno si aspetta di sentire la verità, il suo pubblico sa cosa va a vedere, e le sue opinioni ne usciranno rafforzate. In altri casi il meccanismo è più sottile, e talvolta perfino raffinatissimo, ma il punto di vista c’è sempre. Due esempi recenti:

The Jinx, The Life and Deaths of Robert Durst, documentario di Andrew Jarecki prodotto da HBO. Jarecki aveva diretto un film ispirato alla vicenda del multimilionario americano, processato tre volte per omicidio e sempre assolto. Il film piace a Durst, che cerca Jarecki e gli propone un’intervista esclusiva. Ne viene fuori uno dei documentari più curiosi che abbia mai visto (non vi racconto il finale, ma è molto oltre qualsiasi possibile idea letteraria). Uno dei pregi della serie è proprio il punto di vista: il regista ha una tesi, che persegue con ardore (e assai più classe di Michael Moore). Simile a questo è Team Foxcatcher, sulla stranissima vicenda umana (e penale) di John du Pont, erede di una fortuna immensa e assai appassionato di wrestling – forse troppo. Anche qui la tesi è chiara da subito.

O.J.: Made in America, premio Oscar 2016, diretto da Ezra Edelman per ESPN, è probabilmente il documentario più esaustivo che abbia mai visto. Non solo racconta la vicenda di Simpson dall’inizio, ma (ecco la tesi) la mette in relazione col clima culturale e politico degli USA, e naturalmente con la questione razziale. Ne viene fuori un ritratto ricchissimo di riferimenti, e assai efficiente nel dimostrare la propria tesi. Non ce n’è: chiunque prenda in mano una penna per raccontare la verità, alla fine racconterà la propria – come è giusto che sia. È il bello di avere delle opinioni. Non solo, ma se pensi che gli alieni abbiano costruito le piramidi, in fondo non fai male a nessuno.

Ben diverso è il discorso sui vaccini, sulla relazione tra latticini e tumori e perfino le scie chimiche. Per questi argomenti infatti non servono i social media o i documentari. Per questo c’è la Scienza, che si è data delle regole assai rigide proprio per escludere qualsiasi tesi. Quella Scienza che ci ha guarito dal Vaiolo e dalla Poliomielite, che ci ha permesso di volare, di telefonare e di ascoltare la musica a passeggio. La stessa Scienza che ci ha portato sulla Luna. Come dici? Non è vero che ci siamo andati? È un complotto di chi?

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