Tubetto Factor

Perfino da lontano, mi giunge la eco dei una polemica che in qualche modo ci riguarda, a noi rumoristi (lettori e redattori). Il nodo della questione è la partecipazione di Manuel Agnelli a X Factor. Full disclosure: vivendo all’estero non ho visto il programma, e quindi non so dire come sia. Devo inoltre aggiungere che conosco bene Manuel da più di vent’anni, non siamo amici ma per molto tempo abbiamo ambedue gravitato in una zona culturale contigua.

La scena musicale italiana, da sempre asfittica e influenzata dalle grandi case discografiche, ha un aspetto che mi pare particolarmente odioso: la rigida separazione tra underground e mainstream. Ho sempre pensato che fosse dovuto anche al fatto che le major italiane hanno sempre preferito crescere “talenti” propri, piuttosto che gestire il successo di indipendenti diventati molto popolari (come i Nirvana, che in Italia forse non sarebbero mai accaduti). Col risultato che ci sono voluti decenni per vedere artisti meno ovvi a Sanremo (che in fondo è la maggiore vetrina musicale italiana); invece, ogni anno, le major scongelavano una Oxa (da riporre in sospensione criogenica subito dopo il festival) e via andare. L’arrivo di alcuni artisti meno inscatolati, secondo me è stato un buon segnale: si vede che perfino a Sanremo hanno capito che con delle brutte fotocopie della Pausini non sarebbe durata ancora per molto.

Allo stesso modo, mi è sembrato positivo quando i talent show italiani hanno iniziato a scegliere giudici non convenzionali. Significa che quella separazione a cui accennavo si affievolisce, e che molti anni di lavoro (e chilometri in furgone) iniziano a produrre effetti anche in Italia. Attenzione: siamo ancora ben lontani da come dovrebbe essere, però mi sembrano segnali positivi. Non solo: qualcuno di questi artisti, tra cui Manuel e i suoi Afterhours, frequenta spesso le classifiche, e non da oggi. Altra buona notizia: se i teenager italiani ascoltano lui invece che Zucchero, personalmente sono contento. Naturalmente so come mai questi artisti hanno accettato di fare i giudici a X Factor: in Italia quel genere di visibilità te la da ancora solo la televisione, e poi ci sono i soldi, i privilegi, il vippodromo. Non solo: Manuel (e vieppiù Morgan) hanno fatto uno scatto sociale essenziale, passando dall’essere curiosi signori di mezz’età vestiti da teenager, a “artisti” riconosciuti – e gli artisti, si sa, sono stravaganti. Inoltre spesso straparlano, come sanno benissimo gli autori di X Factor.

Perché quello che va in onda in Tv è sempre sceneggiato. I programmi funzionano solo se ognuno svolge il proprio ruolo per bene. Ormai abbiamo visto abbastanza reality da saperlo: ai giudici vengono assegnate delle parti, e probabilmente pure scritte le battute. Se le dicono con naturalezza (e gli autori sono bravi), lo show ha successo. Pare che a Manuel abbiano dato il ruolo dell’artista puro, velenoso e snob. Strano, perché non mi sembra affatto una buona descrizione dell’uomo. Però in Tv pare che funzioni, e questo è l’importante. Perché stiamo parlando pur sempre della Televisione, e tra le qualità della Tv non c’è mai stata la bellezza, l’intelligente complessità o l’ambiguità – anzi. E in particolare stiamo parlando di X Factor, fucina del banale e apoteosi dell’ovvio. La prima puntata, un successone, ha fatto un milione e trecentomila spettatori, cioè circa la metà dei follower di una brava fashion blogger. Il futuro mi pare ovvio, salvo che Manuel faccia un numero col tubetto in diretta. Gli scriveranno, e lui dirà, cose moderatamente oltraggiose, vincerà oppure perderà (è assolutamente uguale) e guadagnerà quella visibilità tutta italica che gli Afterhours non avrebbero mai potuto dargli: opinionista alternativo, pappa e ciccia con Mentana, paparazzato in Costa Azzurra, assoluzione in diretta da Barbara D’Urso. Certo, forse poteva aspirare a qualcosa di diverso. Però, in fondo, sulla copertina di Chi ci finisce lui, non noi.

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