The Second Skin

In principio la seconda pelle era la pelle, il cuoio. Alzi la mano chi non ha mai provato piacere avendo addosso un giubbotto di pelle, magari usato – ben usato. Se l’hai alzata, non sai che ti sei perso. Quello della pelle infatti è il fetish rock’n’roll per eccellenza, l’altro grande contributo della popular music al guardaroba universale – dopo i blue jeans. Non solo, ma come e più dei jeans, la pelle può essere declinata in mille modi, dal supercafone all’ultra-raffinato. Ma comunque la interpreti, il segnale resta chiaro: leather, specie se black, è quasi subito fetish. Ci sono due immagini che si sono rivelate fondamentali in questa vicenda. La prima è la locandina de “Il Selvaggio”, 1954: boots da motociclista, jeans arrotolati e chiodo – con dentro Marlon Brando (accanto a una Triumph T-bird). Questa immagine da sola ha fatto vendere più vestiti di tutti i pubblicitari della storia. Poco più di dieci anni dopo, ci ha pensato Jim Morrison a rendere ancora più evidente il passaggio Rock’n’roll/pelle/sesso: le immagini del cantante che si agita come un ossesso con addosso dei pantaloni strettissimi – una seconda pelle di pelle – non lasciano dubbi.

E’ solo negli anni ’80 però che emerge visibilmente il fenomeno del leather fetish – grazie soprattutto alla comunità Gay. Tra gli omosessuali infatti esiste una zona di confine tra varie tendenze, i cosiddetti Queer (sfortunatamente assenti dal noiosissimo universo etero). Un sottogenere del Queer è appunto il Leather, gruppo è particolarmente folto e visibile, perfino rappresentato in quel campionario di varie omosessualità che erano i Village People. Negli anni ’80 nascono locali, serate e club Queer – abitualmente più tolleranti verso persone di altro orientamento sessuale. Questo, e l’esplosione delle pratiche di modificazione corporea come tatuaggi e piercing, ha dato vita a una “scena”, dapprima nord-europea e californiana, poi lentamente diventata planetaria. Tutti quei piercing all’ombelico e tatuaggi anche insensati che vediamo oggi, vengono da qui, da questo universo poi confluito nella cultura pop dominante.

Nel frattempo però la pelle è diventata assai comune e, sebbene per qualcuno resti irrinunciabile, nell’immaginario collettivo è stata sostituita da un’altra seconda pelle: il lattice di gomma, in inglese Latex. Molto più elastico e aderente, il Latex si presta benissimo alla creazione di indumenti di ogni genere e, a differenza della pelle, è assai più esplicito. Fondamentale è stata la rivista inglese Skin Two, fondata nel 1983 e tuttora un curioso ibrido di fetish magazine e rivista di moda. Naturalmente abbiamo tutti visto come, negli ultimi quindici anni, questo materiale sia entrato nel mondo della moda; ci siamo anche resi conto di come il feticismo del Latex abbia influenzato stilisti e clientela, diventando uno degli elementi del paesaggio contemporaneo. I feticisti però sono già altrove: grazie alla rete (che rende possibili micro-mercati globali iper-specializzati), e alla sperimentazione sui nuovi materiali, oggi è possibile comperare oggetti come quello che vedete qui sopra: un letto di latex sotto vuoto spinto, nel quale sperimentare una delle pratiche più antiche e comuni di alterazione: la deprivazione sensoriale. Naturalmente ci vuole un partner del quale fidarsi proprio completamente. Un messaggio inaspettato da quegli zozzoni dei feticisti: il sesso è meglio se c’è anche l’amore, e la fiducia.

Immagine tratta dal sito Captiveculture.com

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