Sempre viva i Redneck

redneck prideNegli ultimi anni, per mille ragioni, si è andato affermando nel mondo un nuovo personaggio: il Redneck. Il termine, dispregiativo, descrive un americano bianco non urbano, spesso del sud, non agiato, il cui collo è rosso per via del lavoro all’aperto. Nello stereotipo (a volte veritiero) il Redneck è religioso e di destra; è razzista, antiquato, beve birra, sposa sua sorella, va in giro in Pick-up e parla con un accento ridicolo. Naturalmente, come tutti i termini collettivamente dispregiativi, anche essere Redneck è diventato oggetto di orgoglio.

Negli USA il Redneck esiste da sempre. Recentemente però la sua popolarità è diventata globale grazie ai Reality show. Che sono di molti tipi: il Grande Fratello e derivati, il genere Isola (con o senza famosi), gli show di sopravvivenza, i Talent, ecc. I miei preferiti sono quelli di Turismo Antropologico, dove veniamo trasportati in un luogo socialmente distante dal nostro: cercatori d’oro, camionisti estremi, spacciatori californiani ma anche vere mogli casalinghe, banchi dei pegni, ecc. Le star di questo tipo di show sono quasi sempre Redneck ruspanti, veraci, e apparentemente inconsapevoli. La lista è infinita: si va dal terrificante Here Comes Honey Boo Boo, le avventure della modella bambina Honey Boo Boo Thompson (sei anni) e della sua folle mamma, al sublime Duck Dinasty, sulla vita Redneck di una famiglia di milionari nelle paludi della Louisiana, al favoloso Alaskan Bush People. L’agghiacciante Toddlers & Tiaras, sui concorsi di bellezza per bambini, e Say yes to the dress, sulla drammatica scelta del vestito di nozze, pur non essendo espressamente Redneck show, ne sono sostanzialmente popolati. L’ultima variazione, che chiude il cerchio, è Redneck Island: come L’Isola dei Famosi, ma coi Redneck. Credo che sia la prima volta che questo termine viene utilizzato esplicitamente, anche se l’appropriazione del dispregiativo (come il termine Nigger da parte degli Afro-Americani) non è una novità. In Redneck Island si mette in scena l’universo, il linguaggio, i modi di fare e la mentalità Redneck. L’effetto è esilarante, ma anche di grande empatia: il Redneck è gentile e ingenuo, pensa in modo semplice e diretto, e esprime una gamma di sentimenti spesso sconosciuti a noi urbanizzati, colti e supponenti.

Eh già: pare che i veri miopi in questa vicenda siamo proprio noi. Infatti basta dare un’occhiata anche superficiale alla Storia della Cultura Pop per rendersi conto che il mondo sarebbe un posto immensamente diverso se non ci fossero i Redneck. Un eccellente esempio è il Rock’n’Roll. Tutti sappiamo che è una musica dei neri, successivamente popolarizzata da cantanti bianchi. Questo è vero fino a un certo punto, perché nel R’n’R c’è anche un bel po’ di musica Country: musica bianca, e molto Redneck. Non solo, ma tutti i grandi interpreti del R’n’R erano personaggi molto Redneck: Elvis (Mississippi), Jerry Lee Lewis (Louisiana), Buddy Holly (Texas), e via dicendo. Chuck Berry (Missouri) e Little Richard (Georgia) non lo erano solo perché neri, ma il bacino culturale è identico. Si potrebbe scrivere una bella storia del Rock americano dividendola in due parti: artisti nati e cresciuti in importanti città (come New York o Chicago), e quelli dei piccoli centri, fuori dalle grandi rotte, a volte Redneck. Ovviamente poi c’è il genere Redneck per eccellenza, il Country. Il quale non solo è oggetto di sempre maggiore attenzione da parte del resto del mondo (anche perchè alcune Popstar vengono da lì, come Taylor Swift), ma che si rinnova costantemente, allargando il proprio raggio di azione. Da un lato artisti innovativi come i Civil Wars, Lyle Lovett o Gillian Welch. E dall’altro quelli del Redneck Pride come Hank Williams Jr, estremista repubblicano e cantore dell’anima più retriva del sud degli USA. Il cui padre però ha scritto alcune tra le mie canzoni preferite: perle di disperazione semplici, ingenue ma inesorabili, e profondamente Redneck.

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