Mai Dire Gol

Sono stato un fan di Mai Dire Gol per tutto l’inverno scorso, e sono contento che abbia ripreso. Lo ammetto. La passione del calcio non aveva mai fatto breccia nel mio cuore, neanche da bambino. Doveva arrivare la Gialappa’s per farmi ricordare due cose: che il calcio esiste (o meglio esisteva), e che il lunedì sera c’è qualcosa da vedere in tv. E’ l’unico giorno della settimana in cui non mi sento un disadattato leggendo i programmi televisivi. E se sto in casa, verso le 22.30 smetto quello che sto facendo e mi piazzo davanti allo schermo. Conosco già la ricetta ma rido sempre, coi Sardi (favolosi), il Conte, il cammello, Lippi; e quest’anno è perfino meglio, c’è quel dio di Luttazzi, bastardo e geniale… insomma sono proprio un fan. E questa qui è una cosa grave.

Perché Mai Dire Gol è certamente il programma televisivo più pericoloso degli ultimi anni. Proprio perché è bello. Perché ci assomiglia cosÒ tanto. La Gialappa’s è cinica e impietosa come piace a noi; infatti schifa tutti quelli che non ci piacciono: Liguori, la Carrà e tutto il baraccone ignorante della tv. E quando ci hanno convinto che sono come sembrano, che sono dalla nostra, anzi che sono proprio come noi, allora arriva la televendita.

Quando fanno il loro consiglio per gli acquisti comico, Lippi, Aldo, Giovanni e Giacomo possono ingannarci molto più raffinatamente di Mike (che nessuno di noi si sognerebbe mai di guardare, figuriamoci di seguirne i consigli). Televendite infinite (molto più lunghe di quelle di Funari) e divertenti, con sigle, personaggi e parodie; scketch ritmati e ben montati, col nome del prodotto infilato in battute assai comiche, ripetuto da tutti gli attori; siamo anni-luce dalle patetiche apparizioni di Castagna o Rispoli, un po’ annoiati e poco convinti, camera fissa e via. Ha proprio ragione Lippi; sono la tv del futuro, il sogno di qualsiasi sponsor: raffinatissima persuasione, realizzata con modalità inedite e rivolta ad un pubblico particolarmente diffidente verso la solita réclame: noi.

I casi sono due: o i Gialappa’s sono una specie di idioti sapienti, che non sanno quello che fanno ma lo fanno benissimo (e potrebbe anche essere: spesso attribuiamo le qualità che vorremmo avere a persone che sono solamente più visibili di noi) oppure sono degli straordinari figli di mamma equivoca, perfettamente organici alla rete e all’azienda di cui fanno parte e al suo ingordo padrone; geniali inventori di un programma comico perfetto per vendere aria a quelli come me, che lo aspettano come una delle poche isole gradevoli in un mare di tv di merda. Io, Sergio Messina, oggi (novembre ’96), non guardo nient’altro con tanta “adesione” (infatti guardo solo tg, film, quark e mai dire gol); e come me un sacco di voi. Immaginatevi quindi quanto sono preziosi per Mediaset, per Italiauno e per il “Nano-con-la-bile-in-faccia” (nome cheyenne del BerlÙsca) questi tre spacciatori undercover. Che dire poi dell’incomprensibile voltafaccia di Robertino che è passato con disinvoltura dalla presa in giro dei concorsi alla pubblicità dei medesimi? Reclamizza infatti un concorso denominato “hovintoquaccheccosa”: il cerchio si è chiuso, e io non ho parole.

Chiariamoci: non ho niente contro la Fininvest, e non mi verrebbe mai in mente di censurare qualcuno perché lavora lÒ; so anche che i programmi vivono di pubblicità, e che o vendi o sei morto. Mi chiedo però: si rendono conto esattamente della situazione? Gli è capitato per caso, oppure c’è dietro un progetto preciso? Ce l’hanno mai avuto un senso etico, questi signori? Sono arrivati già cosÒ ad Italiauno oppure erano gente per bene e poi le loro qualità morali sono finite nei loro passaggi nasali? Non venivano da Radio Popolare, i guaglioni? E’ possibile che abbiano amici cosÒ codardi che nessuno gli abbia mai detto niente? Pronto?

Ora c’è la pubblicità: chi cambia canale ha tutta la mia stima ed affetto. Buon novesette.